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IDEE/ Perché i lavori "veri" hanno bisogno del volontariato per funzionare?

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A Milano, Volontari in azione (Imagoeconomica)  A Milano, Volontari in azione (Imagoeconomica)

La partecipazione alle organizzazioni di volontariato è una componente essenziale della cittadinanza attiva è però importante non trascurare i suoi tratti specifici, che si manifestano sia rispetto agli obiettivi perseguiti dalle singole organizzazioni, sia rispetto al sistema dei valori  e delle motivazioni che sono storicamente alla base del volontariato, in quanto forma di azione sociale dotata di un suo codice simbolico. Ciò che contraddistingue il volontariato da altre forme di partecipazione sociale e civile è la centralità della gratuità, dell’altruismo, della reciprocità, della fiducia, della solidarietà ovvero di valori che si collocano al di fuori di una logica utilitaristica, connotata dalla ricerca di un profitto economico e da un vantaggio monetario, anche se tali valori, e le corrispondenti aspettative di chi li pratica, non escludono e anzi implicano la ricerca di un beneficio personale e sociale, individuale e collettivo, riconducibile alla categoria di bene-essere e di bene-comune.

All’origine della gratuità e dell’altruismo vi è, in effetti, un particolare tipo di “interesse” a sé e agli altri che si fonda sul desiderio di cose buone, vere, belle, presentite come esigenza del proprio cuore, come pure la percezione di una corrispondenza tra questo desiderio personale e il medesimo desiderio avvertito negli altri. In questo senso, la tensione alla gratuità e all’altruismo è l’esito di una gratitudine per qualcosa e per qualcuno che è già entrato a far parte, positivamente, della nostra esperienza, piuttosto che il portato di uno sforzo volontaristico o di un “dovere”.

La gratuità e l’altruismo entrano nell’orizzonte personale e sociale sotto forma di “desiderio”, di “corrispondenza”, di “voler essere”  piuttosto che sotto forma di “dover essere”, tanto più nel contesto culturale contemporaneo che enfatizza la soggettività, l’immediatezza, l’espressività, in contrapposizione all’oggettività, alla pianificazione, alla rinuncia.  Questa distinzione non è di poco conto e non è affatto nominalistica  come risulta evidente per chiunque abbia una responsabilità educativa nei confronti di persone in formazione (i propri figli, i propri nipoti, i propri scolari),  tanto più se in età adolescente, e si sforza di proporre orientamenti ideali e giudizi di valore non appiattiti sull’istinto, sull’ istante, sul possesso immediato. 

Il lavoro propositivo  e maieutico connaturato al “rischio educativo” non è peraltro circoscritto all’età giovanile,  ma si estende all’intero arco della vita e segnatamente agli ambiti lavorativi più coinvolgenti, dinamici, innovativi dove sono richiesti “investimenti” e “scommesse” su di sé e sugli altri particolarmente “rischiose” dal punto di vista dell’autostima e della reputazione, più ancora che del tornaconto economico: in tutti questi casi, che richiedono elevata intraprendenza, la molla dell’azione appartiene molto più alla logica della “gratuità” (rischio senza un tornaconto prevedibile e proporzionato) che del “calcolo”, anche se ci si muove in un ambito professionale remunerato.



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