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GIUSTIZIA/ Perché i desideri non possono diventare diritti?

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Gli articoli a firma di Guido Piffer, Tomaso Emilio Epidendio e Francesco Ventorino su i “diritti-desiderio” e la funzione del giudice apparsi tra marzo e aprile scorsi hanno posto una questione fondamentale, quella del rapporto tra (amministrazione della) giustizia e verità (della condizione umana), che potrebbe essere riproposta così: esiste una verità della giustizia, cioè una misura di corrispondenza  alla realtà umana in oggetto nell’esercizio dell’amministrazione della giustizia? O almeno una misura di coerenza interna, relativa all’ordinamento giuridico di riferimento? Detto in termini sintetici: esiste una misura corrispondentista o almeno coerentista della verità giuridica?
La risposta degli articoli citati è che nella pratica giurisdizionale in atto ogni parametro di verità tende a saltare; una corrispondenza alla verità della cosa umana in oggetto non ha più credito da tempo, ma anche quella verità che consiste nella coerenza del pronunciamento con i criteri interni (sistematici e storici) dell’ordinamento giuridico non tiene più. Il fattore tecnico “sovversivo” - veniva osservato - dipende dall’ampliamento delle fonti giuridiche (fonti comunitarie e internazionali, sentenze delle Corti sovranazionali), in grado di “cambiare la forma stessa del ragionamento giuridico”, che da interpretazione delle norme in essere si sposta verso “la dimostrazione dell’esistenza di un diritto […] individuato dal giudice come prevalente”. Cambiamento che chiaramente non dipende solo da un fattore di tecnica giuridica, ma anche da una cultura individualista del desiderio che, esasperando la nozione di diritto soggettivo, tende ad aggiornare l’elenco dei diritti fondamentali in chiave di giuridificazione delle preferenze soggettive, in chiave cioè di “diritti-desiderio”.
A ben vedere - osservo - non si tratta che della fattispecie giuridica di una sindrome culturale che caratterizza come tale la condizione postmoderna, di cui qui sono in evidenza la globalizzazione (cfr. fonti giuridiche internazionali) e l’individualismo preferenzialista (diritto secondo il desiderio).
In discussione è, dunque, il senso della soggettività nella concezione e nella pratica del diritto, giunta storicamente a una resa dei conti che mette in questione la natura stessa del diritto. Non a caso gli articoli citati fanno riferimento all’opera del filosofo del diritto M. Villey, che - controcorrente - ha avuto il coraggio, in tutto il corso della sua ampia produzione, di mettere in discussione la nozione stessa di “diritto soggettivo” che ha caratterizzato le concezioni giuridiche moderne nei confronti dello ius classico.



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