BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

GIUSTIZIA/ Perché i desideri non possono diventare diritti?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Lo stato dell’arte contemporaneo è in realtà paradossale, perché vive ormai nella crisi del moderno e, in primis, della sua esaltazione della soggettività, ma d’altra parte non ha adeguate categorie sostitutive e perciò si attesta su un’esaltazione di una sorta di ircocervo che è un’individualità priva di soggettività (in senso forte, strutturata e universalmente riconoscibile); cioè, non propriamente un individuo (come quello supposto dal liberalismo classico, per intenderci), bensì un fascio di operazioni, un flusso di sensazioni, un episodio preferenziale, opinativo, emotivo, ecc.; ad esempio, appunto, una proiezione desiderante, secondo preferenze ed esigenze, con cui il singolo si identifica e di cui esige i diritti.
Risulta ovvio, a queste condizioni, che ogni diritto esigito diventa “fondamentale”, a suo modo assoluto, non essendovi nessun contesto antropologico condiviso che ne possa limitare la pretesa. Infatti, l’individualismo postmoderno - vale la pena chiarirlo - non è, come l’individualismo classico, incentrato su un soggetto presociale ma autoconsistente e universalmente riconoscibile e difendibile; è piuttosto un individualismo senza reale identità soggettiva, nel quale di identico (con tutti gli individui) non c’è che il suo essere differente: un’identità, cioè, senza altra comunanza se non il ripetuto essere differente di ciascuno. Per cui ciascun individuo, dotato del suo centro di gravità, tende a costituire di principio e di fatto un universo autoreferenziale. È questo il contesto in cui prendono corpo le idee delle molteplici identità di ogni individuo, della pluralizzazione delle identità sessuali, delle ennesime possibilità di gestire la corporeità, di manipolare il patrimonio genetico, di combinare artificialità tecnica e naturalità fisica/psichica (cfr. il cd post-umano), ecc.
Dovrebbe risultare evidente che questo è uno stadio posteriore a quello di un tradizionale relativismo che lascia ancora sussistere un parametro stabile di riferimento. È piuttosto una cultura della differenza, che sfugge a ogni ricomprensione universalistica e che si afferma socialmente nella misura in cui riesce a rendere ovvietà culturale appunto il nesso desiderio-libertà-diritto. Nota bene: è vero che questa cultura della differenza desiderante è minoritaria; ma questo non obbietta alla sua “energia” di influsso (si vedano tutti gli avanzamenti legislativi occidentali in proposito) per due motivi che dovremmo abituarci a tener presenti nelle nostre dialettiche culturali: 1. essa è uno degli esiti della lunga storia di risoluzione/dissoluzione della modernità, da cui riceve una forte legittimazione teorica; 2. essa è perfettamente funzionale a quel sostanziale punto di crisi politica delle società tecnologicamente avanzate, che è il loro sbocco “tecnocratico”.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >