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GIUSTIZIA/ Perché i desideri non possono diventare diritti?

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A tutto questo non sembra che la cultura giuridica e politica, per la sua maggior parte, sia molto sensibile. Ciò non toglie che, ad esempio in ambito americano, sia aperta da decenni una riflessione significativa sulla questione della giustizia: si pensi solo a J. Rawls (A Theory of Justice, 1971, e il dibattito che ne è seguito), M. Walzer (Spheres of Justice, 1983), B. Barry (Theories of Justice, 1989), A.K. Sen (The Idea of Justice, 2009) M. Sandel (Justice, 2010). Tutti interventi che vanno studiati e che testimoniano della difficoltà odierna di comporre in unità i fattori salienti di un rendimento di giustizia in un contesto culturale in cui il pluralismo delle visioni sembra prevalere di gran lunga su ciò che si riconosce essere comune. Come rendere giustizia in assenza di un comune parametro “sostantivo”, cioè fondamentale e impegnativo? Di qui l’alternarsi di tentativi di giustificare dei princìpi di giustizia vincolanti in modo procedurale e formale e di tentativi di ancorare l’amministrazione della giustizia a patrimoni di valori omogenei benché parziali o locali; alternativa dunque tra universalismo astratto e concretezza particolarista (che in contesto di multiculturalismo conduce anche alla richiesta di riconoscimento di diritti etnici o culturali). Questi dibattiti testimoniano che, anche là dove il senso della legalità non si riduce alla individuazione di diritti conformi a un soggettivismo proiettivo, risulta difficile oggi dare un fondamento all’idea di giustizia e trovare criteri equi e comuni.
Si può rispondere a tutto ciò - come suggeriscono gli articoli citati all’inizio - con l’appello a una ragione, portatrice di evidenze ed esigenze, personali e universali insieme, da cui trarre anche criteri di giudizio in ordine all’amministrazione della giustizia? In termini di convinzione personale, senz’altro sì. Ma con quale efficacia culturale, dal momento che è proprio l’evidenza di una certa razionalità, sostantiva e universalista a essere all’origine della crisi? Non solo, ma la questione della giustizia merita un trattamento bottom-down, che fu tipico del platonismo antico e di buona parte del giusnaturalismo moderno, secondo cui, cioè, è in una visione razionale panoramica del bene che sono visibili i criteri etico-giuridici?



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