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GIUSTIZIA/ Perché i desideri non possono diventare diritti?

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È legittimo, anzi, il sospetto che una concezione olista e apriorista come questa sia parte dei lontani motivi della crisi che ne è seguita, perché ha preteso di fare dell’etico-giuridico una questione teoretica deduttiva, contro la sua reale natura pratica induttiva. Non stiamo parlando, infatti, di un fondazione metafisica o teologica della giustizia (in cui è legittima una costruzione sistematica), ma di un fondamento della pratica di giustizia, nella quale resta in gioco la verità, ma una verità pratica, che ha la possibilità di poter essere condivisa, nei suoi limiti operativi, da concezioni teoretiche diverse e anche conflittuali.
È questa la linea di Aristotele e di Tommaso, ma anche di Vico antiempirista e insieme antigiusnaturalista in piena modernità, per i quali la questione della giustizia si pone per il fatto che è necessario regolare le relazioni implicate negli interessi, sulla base del riconoscimento che gli interessi (anche le preferenze soggettive) esistono nel contesto di una comunicazione (relazione, interazione, non scontatamente pacifica): koinonia, communicatio, communicatio utilitatum sono i termini usati dagli autori citati. Si comprende come la fondazione teoretica ultima di questa “necessità” di regolare degli interessi e dei cointeressamenti possa essere di vario tipo: socio-biologico, utilitarista, storicista-culturalista, idealista, realista, ...; e ciò incide certamente sulle risoluzioni finali; ma questo non va confuso con il fatto che il fenomeno pratico giuridico ha a che fare anzitutto con una combinazione di esperienza degli interessi e di razionalità della comunicazione/interazione sociale che è da tutti riconoscibile e per tutti vincolante come problema.
In altri termini, secondo questa prospettiva che valorizza l’esperienza, non partiamo dall’evidenza ideale della giustizia, ma dal bisogno della giustizia come criterio regolatore dei rapporti tra uomini che vivono in società: l’idea di giustizia deriva dalla intersezione del dato degli interessi con quello delle relazioni sociali (cfr. Aristotele, Politica, I e suo commento in Tommaso).
È su questo piano, a me sembra, che la questione va impostata, anche con la giurisprudenza dei desideri, richiamandola al realismo etico-giuridico delle sue pretese. Nel loro secondo articolo, Piffer-Epidendio identificano il nucleo della loro “battaglia culturale” con l’impegno a “recuperare la categoria del diritto come rapporto”. Questa mi sembra la direzione giusta: ritornare al fenomeno giuridico come necessità di “regolamentazione di un rapporto”, cioè della serie di rapporti in cui un interesse (anche una semplice preferenza) è implicato, verificandone appunto la compatibilità (incremento/decremento) con la comune azione sociale: gli altri interessi coinvolti, la correlazione di diritto e dovere, ecc., come l’articolo esemplifica in modo persuasivo. Il delirio del desiderio lo si cura con dosi massicce di realismo pratico, di evidenze ed esigenze pratiche universalmente riconoscibili, che rendono giustizia alla giustizia.



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