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Cultura

IDEE/ Perché un grande romanzo ci fa conoscere il mondo?

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Il tentativo più interessante di considerare la letteratura come forma di conoscenza viene forse dal cosiddetto “paradigma narrativo” che ha illustri rappresentanti: Ricoeur, MacIntyre, Walzer, Cavell, Colapietro. Tutti costoro hanno cercato di cogliere nella narrazione tipica della letteratura una forma di conoscenza, un tipo di razionalità. Il tentativo è di certo interessante e va nella direzione giusta di una spiegazione dell’esperienza comune dell’autore e del lettore, anche se, a mio avviso, non ha prodotto i risultati sperati, cioè non è riuscito a cogliere l’originalità del ragionamento che accade nella letteratura, inclinando spesso o verso un’ermeneutica radicale che identifica la narrazione con un’infinita interpretabilità, o verso un’analisi logico-linguistica un po’ più sofisticata del normale.

Ma c’è un ragionamento tipico della letteratura? Penso sia un’indagine necessaria, che non a caso inizia a essere interesse accademico diffuso, almeno nel resto del mondo. Se dovessi rispondere, partirei da un’osservazione di Kant sulla filosofia e sulla matematica: la filosofia considera il particolare solo nell’universale, mentre la matematica considera l’universale solo nel particolare. Curiosamente, la letteratura sembra in questo più simile alla matematica: fa capire i concetti in casi singoli e utilizzando delle figure individuali. Si può dire che in questo senso la conoscenza della letteratura è sintetica e non analitica. Ma è solo uno spunto per cominciare a pensare.

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