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GIUSTIZIA/ C’è un’ideologia che condiziona i giudici ma non si vede

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Lussemburgo, l'ingresso della Corte di giustizia europea (Imagoeconomica)  Lussemburgo, l'ingresso della Corte di giustizia europea (Imagoeconomica)

Ilsussidiario.net ha recentemente proposto una riflessione a più voci in merito alla odierna funzione del giudice. I contributi sinora pubblicati contengono spunti di grande rilievo filosofico e giuridico che meritano di venire sviluppati e discussi. Il tema che qui brevemente svilupperò è quello della tirannia dei valori in quanto esso fa emergere la dimensione ideologica del discorso pubblico in cui siamo immersi.

Nell’analisi del fenomeno giudico proposta nel loro contributo Epidendio e Piffer sottolineano che uno dei suoi fattori ineliminabili è quello della “dimensione metagiuridica”: la norma positiva che ordina la realtà sociale (le leggi con cui i cittadini devono quotidianamente fare i conti) e che cerca di sanare i conflitti rimanda sempre a un oltre, a un’idea di giustizia che porta con sé una pretesa di verità. Nel Novecento l’autore che ha con maggiore convinzione ricordato e difeso tale dimensione meta-giuridica è stato il giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt (1888-1985). Per Schmitt ogni produzione politica di norme e ogni loro interpretazione giuridica costituisce una rappresentazione dell’idea di giustizia e una sua mediazione che la cala nella realtà effettuale e dietro cui sta una decisione operata da un’autorità personale. In definitiva dietro ogni norma o sua interpretazione sta sempre una volontà, un soggetto.

Attraverso tale sottolineatura dell’aspetto soggettivo Schmitt intende evidenziare i fattori fondamentali di ogni conflitto autenticamente politico, di ogni scontro cioè che non è riconducibile né a un mero conflitto di interessi né a una lotta per ragioni ideali. Il nemico politico è colui che minaccia qualcosa a cui non siamo assolutamente disponibili a rinunciare, pena la perdita di senso della propria esistenza. In casi simili non si danno procedure capaci di dirimere il conflitto (come quelle su cui fa affidamento il formalismo giuridico o politico) né tanto meno figure terze imparziali. Ciò che Schmitt mette radicalmente in questione è di conseguenza la neutralità dello spazio pubblico, assunto fondamentale del liberalismo imperante nel dibattito pubblico odierno.

La neutralità è un principio fondante della modernità politica e della sua principale invenzione, lo Stato, il quale nasce caratterizzato da una specifica mission: neutralizzare lo spazio pubblico infiammato dai conflitti a sfondo religioso caratteristici della prima modernità che spesso assumevano un aspetto cruento. Esso assolve a tale compito operando attivamente per spostare di secolo in secolo il “centro di riferimento” spirituale dell’epoca dalla teologia ad altre sfere. Ciò significa che nel Seicento, ad esempio, si cerca nella metafisica razionalistica quel minimo di accordo e di premesse comuni che permettano una vita sociale ordinata e pacifica, mentre nel Settecento il terreno comune lo si cerca nella morale razionale di stampo illuminista, ecc. In ogni secolo lo Stato si appoggia al centro di riferimento e alle premesse comuni che questo dovrebbe garantire per imporre il proprio ordine e la propria pace sociale. Il problema è che in ogni centro di riferimento il conflitto si sviluppa subito e con rinnovata intensità per cui diviene sempre necessario cercare nuove sfere neutrali.



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