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GIUSTIZIA/ C’è un’ideologia che condiziona i giudici ma non si vede

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Lussemburgo, l'ingresso della Corte di giustizia europea (Imagoeconomica)  Lussemburgo, l'ingresso della Corte di giustizia europea (Imagoeconomica)

Il discorso schmittiano diviene più interessante ai nostri fini quando rimarca che nel Novecento accade qualcosa di epocale: il nuovo centro di riferimento viene identificato nella tecnica e con ciò sembra di aver trovato finalmente qualcosa di assolutamente neutrale. Ora il conflitto è superabile non più attraverso una decisione che rappresenta in maniera necessariamente parziale e imperfetta l’ideale della giustizia, bensì attraverso degli automatismi, delle procedure formali. Mentre nei secoli precedenti della modernità la decisione che neutralizza lo spazio pubblico è esplicita e consapevole, qui sembra che la volontà soggettiva del sovrano sia assente.

In tale dinamica la categoria di valore morale gioca un ruolo decisivo. La trasformazione della tradizionale ricerca del bene (comune) in un discorso sui valori intende rendere commensurabili interessi che in una società pluralistica appaiono incompatibili, così come il valore di scambio economico rende commensurabili beni eterogenei tra loro. Ciò che di fatto accade è invece proprio l’opposto: la validità dei valori si regge infatti sulla valutazione e valorizzazione che sono sempre atti di posizione soggettivi. C’è una sorta di aggressività che sottende la logica dei valori che spiega l’espressione tirannia dei valori: “il valore superiore ha il diritto e il dovere di sottomettere a sé il valore inferiore”. Lungi dal neutralizzare il conflitto, la logica dei valori inasprisce la lotta delle convinzioni e degli interessi, facendo scomparire ogni riguardo nei confronti del nemico, in quanto “il non-valore non gode di alcun diritto di fronte al valore”. Invece di essere neutralizzata, la sfera pubblica viene iper-politicizzata: “quando si tratta di imporre il valore supremo nessun prezzo è troppo alto”.

Ciò che in sintesi Schmitt descrive è il fenomeno del tecnicismo come risultato dell’incontro tra la logica dei valori e la tecnica. Lungi dall’essere qualcosa di meramente tecnico, il tecnicismo è il fenomeno spirituale che caratterizza la contemporaneità, definito come fede in un attivismo antireligioso dell’aldiquà. L’anima del tecnicismo è una decisione intorno alle questioni non negoziabili che definiscono lo spazio politico, una decisione che però che non si presenta come tale, ma che opera perlopiù inconsapevolmente presentandosi come neutrale laddove è invece subordinata a potenti interessi sociali. Tale fede antireligiosa predica la fine di ogni divisione, ma allo stesso tempo esaspera l’inimicizia e delegittima il nemico, trattato nel migliore dei casi come un residuo del passato che non ha più ragion d’essere. È qui all’opera un meccanismo di esclusione denegato e quindi violento.



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