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DIBATTITO/ Siamo "discepoli" di Marx e non lo sappiamo?

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Nostalgia del comunismo in Repubblica ceca (Imagoeconomica)  Nostalgia del comunismo in Repubblica ceca (Imagoeconomica)

Torna periodicamente il tema dell’attualità di Marx. Di recente (giovedì scorso, ndr) lo ha segnalato sul Corriere Antonio Carioti, citando storici e filosofi che in vario modo rilanciano il pensatore di Treviri. Davanti a tutti, com’è noto, Eric Hobsbawm, per il quale Marx ha tutte le carte in regola per essere un “pensatore per il XXI secolo”, il critico ante litteram della globalizzazione.
In realtà Karl Marx è un pensatore attuale e insieme datato, se così si può dire. Nessuna delle sue “profezie” tipicamente ottocentesche si è avverata, le sue concezioni economiche si sono rivelate in gran parte infondate, del sistema politico che in suo nome venne costruito con la rivoluzione d’ottobre parlano inesorabilmente i fatti. “Una tragedia senza compensi”: così Ralf Dahrendorf ha definito l’esperienza comunista della ex Unione Sovietica. Eppure, se preso al centro del suo pensiero, nel concetto di lavoro, questo pensatore incombe sulla nostra epoca e la provoca come pochi altri.
Diciamo subito che per Marx il lavoro non è una categoria economica o filosofica qualsiasi; è piuttosto la categoria nella quale economia, filosofia, natura, storia, in una parola, l’essenza stesso dell’uomo “si avvera”. Nel lavoro l’uomo realizza ad un tempo il suo rapporto con se stesso, con la natura e con gli altri uomini, manifestando così la propria naturalità-socialità-storicità. “Tutta la cosiddetta storia universale - scrive Marx - non è che la generazione dell’uomo dal lavoro umano, il divenire della natura per l’uomo”. E qui bisogna riconoscere che Marx coglie una dimensione fondamentale del lavoro umano, sottraendolo all’ottica piuttosto riduttiva della pura strumentalità, nella quale era stato relegato per secoli. Il lavoro non è più lo strumento per procurarsi semplicemente il “necessario” per vivere, né la natura qualcosa di semplicemente “esterno” all’individuo.
Uomo e natura si trovano strettamente connessi in un rapporto di reciproca interferenza: attraverso il lavoro l’uomo trasforma la natura e, nel contempo, trasforma se stesso e la società in cui vive. Per questo, secondo Marx, l’alienazione del lavoro è alienazione totale: non soltanto alienazione dell’operaio dal prodotto del suo lavoro  (la cosiddetta teoria dell’espropriazione, il lato sul quale i marxisti hanno insistito di più), ma anche alienazione dell’operaio da se stesso e dai suoi simili. L’operaio “mette nell’oggetto la propria vita”, dice Marx. Una teoria decisamente affascinante, che per certi versi potrebbe aver ispirato persino la distinzione tra lato “soggettivo” e lato “oggettivo” del lavoro umano che troviamo nella grande enciclica di Giovanni Paolo II Laborem exercens.



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