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IN MOSTRA/ C’è un artista che usa le stelle per strappare dal buio le nostre città

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Un'opera di Emanuele Dottori  Un'opera di Emanuele Dottori

Nell’attesa della realizzazione del Museo d’arte contemporanea a City Life, il 26 maggio alle ore 18.30 si apre la mostra della Galleria San Fedele di Milano che ospita una gara pittorica sul tema dell’ultimo verso dell’Inferno dantesco “E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Il premio che si aggiudicheranno i due vincitori, e che sarà loro assegnato da otto critici d’arte, è la possibilità di fare una mostra su un tema sacro in autunno.

Dei quadri in gara, quello che colpisce di più l’occhio di un comune osservatore e al quale il critico Michele Tavola ha dedicato un testo in catalogo, è l’opera del giovanissimo Emanuele Dottori, milanese, professore di Discipline pittoriche presso il liceo artistico dell’Istituto Sant’Orsola di Roma. Fu proprio Michele Tavola a scoprire il talento di Dottori, durante la seconda edizione della mostra collettiva “Giorni Felici”, tenutasi nel giugno 2010 a Casa Testori, per la quale il prof-pittore propose una monumentale installazione pittorica fatta di 196 acquarelli monocromi e un coloratissimo collage fotografico, il tutto avente per soggetto il Buco della metropolitana della Centrale di Milano. Un lavoro nato grazie al prezioso aiuto di Giovanni Frangi (1959), pittore milanese, “art director” della collettiva, attento alla valorizzazione e al dialogo con i giovani talenti.

Il dipinto presentato per la mostra alla San Fedele ha trovato la sua forma definitiva su una tela di imponenti dimensioni (due metri per tre circa), concepita come un grande acquarello, in cui tutto avviene rapidamente, quasi d’un fiato. Dottori, che già in passato aveva dipinto degli skylights, per questa gara ha completamente ribaltato il verso dantesco, buttando giù dal cielo le stelle, che non sono più in alto, irraggiungibili, ma s’incarnano nelle luci della città: sono fari di auto, semafori, insegne dei negozi, etc. Attraverso le sue pennellate è come se il pittore volesse dire che il cielo è più vicino di quello che sembra: anche se dalle nostre città le stelle non sono più visibili a causa dell’inquinamento luminoso, ciò non significa che gli astri non ci siano più. Riveder le stelle significa, perciò, ritrovare la strada della vita, cioè quello stato d’animo che permette di contemplare la bellezza e, attraverso quella, ritrovare se stessi e il senso delle cose. Perciò lo scintillio delle luci della città sembra essere lo specchio di quel cielo che non si vede più, 'annerito' com’è dal progresso umano, ma che resta insondabile mistero dell’Infinito (E. Dottori). La città/cielo (di agostiniana memoria) si fa spazio, piuttosto che descrizione di elementi architettonici, emergendo dal buio e perdendosi in esso. Da ciò si evince la volontà di Dottori di fare spazio al soggetto in quanto tale, pulendo il nostro sguardo dalle immagini stereotipate della città che affollano la mente e la tela ancor prima che l’artista si metta al lavoro e l’osservatore si avvicini ad ammirarla.



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