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IN MOSTRA/ C’è un artista che usa le stelle per strappare dal buio le nostre città

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Un'opera di Emanuele Dottori  Un'opera di Emanuele Dottori

Questa concezione dell’arte sembra appoggiarsi alla filosofia di Francis Bacon, il quale sosteneva l’importanza di levare gli “idola”, i fantasmi, le incrostazioni dell’abitudine che ormai appartengono alle cose, per riuscire a conoscerle veramente.

Il metodo di lavoro di Dottori nei confronti dell’oggetto è quello dell’anatomia, imparato in accademia dalla sua professoressa, Maria Cristina Galli: per dipingere una cosa bisogna conoscerla fino alla sua essenza, identificarsi profondamente con essa, così che anche l’osservatore possa immedesimarsi con l’artista e cogliere qualcosa di sé nell’oggetto rappresentato (come chi scrive un testo deve mettersi nei panni di chi poi leggerà per farsi capire). Eppure, guardando l’opera in concorso, sembra che Dottori voglia superare un livello esclusivamente descrittivo: “Ogni volta che imparo a disegnare qualcosa, il mio desiderio è di andare oltre, perché so di poter raggiungere un livello sempre più profondo: la conoscenza di un oggetto è sempre infinita. E per cercare nuovi modi di rappresentare lo stesso oggetto non resta che uscire da te stesso”.

Dunque chi meglio di lui per rappresentare la Milano che conosce così a fondo? Come si può notare dal suo blog http://emanueledottori.blogspot.com, dopo averla vista dal di dentro delle sue viscere, Dottori ha osservato e fotografato la città che ama da uno dei suoi simboli, salendo al trentunesimo “girone” del Pirellone, tanto per rimaner in tema con Dante. L’indaco è il colore prescelto per il cielo: con pochi passaggi di tono l’infinito è davanti ai nostri occhi; poi, con mano sicura, ha fatto venir fuori il disegno scuro dei palazzi in pochi minuti, senza quindi i disegni preliminari; infine oro e rame per le luci della città. Tutto si è svolto così, correndo il rischio di sbagliare piuttosto che di ripensare, per cui il gesto che non funziona non è stato corretto, ma raschiato e rifatto. La tela di cotone grezzo, con una preparazione magra, assorbe il colore e con esso anche il nostro sguardo, che si perde nella profondità oscura e nel tumulto metropolitano.

L’opera presentata fa parte di un ciclo di lavori “notturni” ed è stata occasione di crescita reale per il nostro ventottenne: il confronto con il tema gli ha permesso di far emergere nuove componenti della sua pittura a ogni livello, dai supporti alla tecnica, dalle tematiche alle  modalità, fino alle dimensioni.

Dopo Milano, Dottori ha promesso di impegnarsi anche per la sua città adottiva, Roma, dove vive con moglie e figlia. E magari, chissà, un giorno potremmo apprezzare le sue opere anche all’Urbe: in fondo, “la notte è giovane”.



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