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LETTURE/ Hermann Broch, Virgilio e l’"inganno" della bellezza che non salva

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Hermann Broch  Hermann Broch

La sua temerarietà di poeta aveva osato avventurarsi nella selva delle voci al di là di ogni parola terrena, per giungere a un linguaggio che fosse più della musica e abbracciasse in un solo sguardo l’unità dell’essere; gli era stato concesso di vedere il compito e di porvi mano, ma la bellezza lo aveva ingannato.

A nulla vale l’affettuosa compagnia degli amici Vario e Tucca, se non a farlo penetrare di più nel suo limite di uomo: la realtà è amore e lui non aveva mai amato. Solo la parola di uno schiavo che viene dall’Oriente gli offre il conforto delle lacrime: “La maledizione di questo alterno dominio si estingue, quando nella catena delle generazioni divine appare colui che è nato dalla vergine; egli è il primo che non si ribelli: entra nel padre ed il padre entra in lui, ed uniti essi sono nello spirito, tre in uno in eterno. Tu sentisti battere il cuore della creazione, ma tu non sei ancora questo cuore; tu sei l’eterna guida cui non è dato di raggiungere la meta”.

Anche Ottaviano giunge presso il letto del morente e la conversazione tra i due è drammatica. Virgilio difende il suo proposito di bruciare il poema e l’imperatore cerca di convincerlo a lasciarlo vivere, per il suo valore civile. Entrambi avvertono l’incompiutezza della loro opera, ma l’erede di Cesare, da politico qual è, accetta il limite di ogni impresa umana. Virgilio invece rifiuta il suo poema: esso non ha raggiunto la coscienza che solo l’infinito sorregge ogni relazione privata e pubblica e per questo non è degno di permanere come aiuto ad altri uomini. Una più grande consapevolezza lo invade sulla soglia della morte: Il sacrificio sarà l’ultima e decisiva forma della conoscenza nel mondo terrestre. Il salvatore offrirà in sacrificio se stesso per amore degli uomini, affinché da questa suprema, reale immagine dell’aiuto amoroso si dischiuda nuovamente la creazione”.

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