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LETTURE/ A chi giova tirare per la giacca lo schivo Samuel Beckett?

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Samuel Beckett (Ansa)  Samuel Beckett (Ansa)

Non ci si può, infatti, nascondere che è proprio da tale preziosa e raffinata emissione che si evincono, in realtà, almeno due dati culturali non rassicuranti per il nostro povero Beckett: in primis, l’indeterminatezza della scelta dell’aggettivo dramatic impiegato nella presentazione pubblica dall’ex-governatore Hurley, che non consente di comprendere se si tratti del riferimento a uno specifico effetto “drammatico” o di un’annotazione più generalmente “teatrale” (per limitare a due le sue possibili interpretazioni); in secundis, le conseguenze della trasformazione operata dall’illustratore Emmet Mullins nella rappresentazione dell’esile e spoglio tree del primo atto di Aspettando Godot, che nel secondo atto, “has four or five leaves” (per una serie di ragioni che non è possibile approfondire in questa sede, ma che dovrebbero essere tenute in seria considerazione da registi e critici): nella raffigurazione di Mullins, tale albero diventa purtroppo una sorta di scheletrica pianta ad alto fusto (di quelle che spaventano i piccoli spettatori dei film di Walt Disney), la cui cima finisce nella chioma del povero Sam con incontrollabili conseguenze ermeneutiche. E poi, suvvia, come la mettiamo con lo sferzante atteggiamento di Beckett nei confronti del denaro e della proprietà di beni materiali...

Non credo neppure che egli avrebbe apprezzato il tipo di visibilità di cui oggi continua a godere nell’ambito della quotidianità politica ed istituzionale del Vecchio Continente. Eccone due casi emblematici: Nick Clegg, il capo dei LibDem britannici, che ha recentemente dichiarato di considerarlo “my hero” e di ammirare la sua “volontà di mettere in dubbio ciò che il resto di noi considera scontato” (3); l’anonimo giornalista di Liberal (10 ottobre 2009) che, nell’ambito del dibattito politico nostrano, si è invece spinto fino all’applicazione del famoso “nasciamo tutti quanti matti, qualcuno lo rimane” (pronunciato da Estragon in Aspettando Godot) alle esagitate dinamiche relazionali dell’italica comunità socio-politica - chi scrive ha già avuto modo di segnalarlo e (se lo permettete) stigmatizzarlo in altra sede (4).

Si tratta, com’è evidente, di una visibilità strumentale che Beckett non avrebbe rifiutato perché afflitto dalla diffusa superficialità politico-culturale o dal fazioso schematismo dei nostri giorni: è facile immaginare che l’avrebbe rifiutata soprattutto perché incompatibile con il profilo personale - solitario, ma istituzionalmente rispettoso - di un genio letterario universalmente riconosciuto in vita, che, al di là degli scorbutici stereotipi biografici cui si accennava all’inizio di queste brevi note, accettò però la Croix de Guerre nel 1945 “con buone maniere, deferenza, cortesia” (pur senza farne parola con alcuno, come ricorda Deirdre Bair), il Premio Nobel per la Letteratura nel 1969 (conferitogli mentre risiedeva in Irlanda e ritirato dal suo editore francese Jérôme Lindon) ed il prestigioso titolo di Saoi [Saggio, Maestro] dell’Aosdána [una sorta di Accademia Irlandese degli Artisti] nel 1984.



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