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LETTURE/ A chi giova tirare per la giacca lo schivo Samuel Beckett?

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Samuel Beckett (Ansa)  Samuel Beckett (Ansa)

Intendiamoci bene: anche se egli non l’avrebbe gradita, chi potrebbe oggi negare visibilità (cosa non si farebbe nel suo nome…) al genio di Samuel Beckett? Con queste brevi note si intende, però, timidamente suggerire che sarebbe meglio rendere sempre più visibile ciò che si conosce: anzi, ciò che ci si impegna a conoscere sempre meglio e in ogni sua manifestazione (nessuna, ma proprio nessuna, esclusa). Per questo è giusto salutare con grande favore la recente uscita di due novità che vanno ad arricchire il già ricco catalogo editoriale beckettiano: i suoi Racconti e prose brevi pubblicati nel 2010 da Einaudi (con la preziosa introduzione di Paolo Bertinetti ed il contributo di numerosi e valenti traduttori), che ampliano considerevolmente e completano un agile volumetto con Assunzione e Un caso su mille uscito da Via del Vento nel 2009 con traduzione e cura di Francesco Cappellini, nonché postfazione di Gabriele Frasca.

Sono testi folgoranti ed emblematici questi, che, come ha scritto Massimiliano Parente (Il Giornale.it) (5), spesso “sono negazione di racconti perché si pongono il problema di cosa significhi raccontare. La voce narrante si incarna nelle cose, vi resta imbrigliata, gli oggetti aggrediscono il pensiero, ne diventano ossessione sorda e parlante. E Beckett è costretto a non poter tacere, a dire l’inadeguatezza, l’impossibilità di narrare le cose”.

Sono testi ideali per andare all’origine dell’esperienza della scrittura beckettiana, al di là di semplicistiche contrapposizioni tra “una scrittura impressionistica dove quello che interessa all’autore sembra essere non la capacità di comunicare, ma il gioco linguistico” e “la comunicazione vera” che “sarebbe arrivata più tardi, con il teatro” (Ida Boni, L’Arena.it) (6).
Sono testi perfetti per assaporare - con contemporanea soddisfazione di corpo, spirito, mente, et al. - la caratteristica e originaria trasversalità della testualità di Beckett, dotata di straordinaria coerenza fin dall’inizio della sua parabola creativa, anche perché capace di travalicare i limiti dei vari ambiti testuali, integrando le loro radici antropologiche, le loro impalcature epistemologiche e le loro proiezioni socio-culturali fino a farle implodere e a dimostrarne la sterilità nei confronti del bene, insostituibile ma fragile, della vita. 



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