Cultura
martedì 31 maggio 2011
Dov’è finito il caro, vecchio ceto medio? Sembra introvabile. A Milano, che della classe mediana della società è forse la patria, non si fa altro che parlare di borghesia, di questi tempi. L’ex presidente della Regione Lombardia, il già basista Dc Piero Bassetti, le ha ridato visibilità pubblica, proprio mentre Massimo Moratti e Cesare Romiti dichiaravano pubblicamente la loro scelta in favore del candidato sindaco Giuliano Pisapia. “Borghesia ingrata”, l’ha apostrofato Roberto Formigoni. Una borghesia capace di influenza, piccola numericamente (si calcola che non superi il 6% dell’intera popolazione), ma tenace e robusta nella difesa dei suoi interessi, tanto da spostarsi bipolarmente provando (e spesso riuscendo) a trascinarsi dietro il resto del popolo. O almeno quel che basta per fare una maggioranza.
Il problema è quella parte restante, ovvero ciò che un tempo avremmo definitivo “ceto medio” e “classe operaia”. Ma se gli operai, più o meno, sappiamo ancora come son fatti, dove sono e come vivono, una grande nebbia avvolge il corpaccio centrale della società, quello che era (e forse è ancora) elemento decisivo per la stabilità sociale e soprattutto per la composizione dei governi e per le decisioni che dovranno prendere. Non a caso il Consiglio Italiano per le Scienze Sociali ha affidato a un grande nome della sociologia, Arnaldo Bagnasco, un programma di ricerca molto ampio proprio sulla “questione del ceto medio”, che ha iniziato dal 2009 a sfornare analisi e che è destinato ad andare avanti per molto tempo.
Pur nella nebbia dell’incertezza, l’impressione sempre più evidente è che sia del tutto improprio continuare a parlare, come si fa in Italia almeno dagli anni Novanta, di una crisi o addirittura di un crollo del ceto medio. Ancora nei giorni scorsi i giornali hanno reagito alla pubblicazione del Rapporto Annuale Istat concentrandosi su un assai presunto (ma statisticamente non riconoscibile) arretramento delle condizioni di vita del ceto medio italiano, sempre più eroso (secondo questo teorema difficilmente dimostrabile) dalla crisi e quindi proletarizzato. E di “operaizzazione” ha invece parlato su Repubblica il sociologo Ilvo Diamanti citando una ricerca dell’Istituto Demos da cui si evince un dato: le persone che si definiscono “di ceto medio” sarebbero scese di 10 punti percentuali negli ultimi cinque anni, arrivando oggi al 43% contro il 48% di chi si sente appartenente alla classe operaia o popolare.
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