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IDEE/ Il vecchio "sogno" dell’immortalità? Oggi si allea con la tecnologia

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L'uomo aspira all'infinito ma non può raggiungerlo con le sue forze  L'uomo aspira all'infinito ma non può raggiungerlo con le sue forze

Non è un caso che nell’epoca delle utopie gli intellettuali pensassero che la prospettiva davvero rivoluzionaria imponesse di oltrepassare non solo socialmente ma anche ontologicamente la condizione umana. È una vicenda non troppo nota, ma davvero emblematica e a modo suo coerente: perché accontentarsi della rivoluzione politica, che in fin dei conti, ritengono questi autori, non incide in profondità sulla spina oscura della condizione umana? Solo l’abolizione della morte consentirà di aprire davvero il paradiso socialista, ove non vi saranno più motivi di conflitto. Indubbiamente la matrice parareligiosa delle ideologie del XX secolo viene così confermata: la motivazione autentica del fascino di tali ideologie, infatti, non è l’aspettativa sociale, ma la soggiacente, ambiziosa promessa di autentico rivolgimento dell’antropologia.
Ma proprio questo è il punto che le rende particolarmente insidiose. L’equivoco sta per l'appunto nella promessa di salvezza, che rende sempre così accattivanti, nel corso della storia, le visioni gnostiche. È significativo che la tradizione teologica talvolta avverta la seduzione di tali idee: per un esempio si veda L’ultimo esorcismo. Filosofie dell’immortalità terrena (Bologna 2009), di Andrea Vaccaro. Questo libro compie un’interessante ricognizione degli spunti presenti nelle tendenze menzionate e ha buon gioco nell’evidenziarne i lati millenaristici; ma tende a sottovalutare il senso fondamentale dell’ideologia postumanista: la costruzione tecnologica dell’immortalità non è solo in diretta concorrenza con la visione cristiana, ma soprattutto con la prospettiva di autentica ovvero infinita ed assoluta felicità che essa indica quale portato profondo dell’immortalità. Come osserva lo stesso Vaccaro, l’immortalità meramente sommativa e la felicità derivata dalla massimizzazione utilitaristica dei postumanisti non hanno nulla a che fare con la visio Dei ossia con la vera e propria beatitudine trascendente. Cristianamente non si tratta di vivere per sempre nel senso della cattiva infinità, ossia di una ripetizione all’infinito del nostro stato attuale; ma di spingersi fino al godimento dell’Infinito. È tutt’altra cosa rispetto all’immortalità promessa dai postumanisti. Lo scambio tra un infinito e l’altro, per così dire, attraverso un’immortalità come mero vivere-per-sempre assunta come esaustiva del senso profondo della ricerca umana, è operazione ideologicamente significativa, nel suo riduzionismo, e antitetica ad uno spazio propriamente religioso. Preservare il bilanciamento tra sforzo dell’immortalità e antropologia della finitezza implica proprio questo: non la fuga in avanti dell’utopia tecnologica postumanista, che attualizza la fuga in avanti dello gnosticismo, ma la consapevolezza che la finitezza attiene alla natura profonda e non episodica dell’uomo, e che proprio per questo la trascendenza ne è la soluzione metodicamente adeguata.



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