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STORIA/ Beccaria: l’Italia deve meno a Cavour e più alla grammatica

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Veduta  di Firenze, patria della lingua italiana (Imagoeconomica)  Veduta di Firenze, patria della lingua italiana (Imagoeconomica)

Sì, ma non è l’italiano in quanto tale, lingua ricchissima, stratificata, ad impoverirsi. È chi oggi lo parla ad essere culturalmente più povero. La nostra lingua continua ad essere uno strumento straordinario per comunicare tutto quello che vogliamo, e molto più di quello che potremmo immaginare. Non gode di ottima salute dalla parte dello scrivente o del parlato, perché a scuola non si sta certamente facendo tutto quello che si potrebbe per insegnarla bene.

Lei dice che i classici che si insegnano a scuola sono creatori di memoria storica. Ma gli studenti fanno sempre più fatica a leggerli appassionandosi.

Potrà sembrare paradossale, ma per appassionarsi a leggere bisognerebbe leggere di più. Non è solo compito della scuola. Il nostro è un paese in cui si legge poco, le case italiane hanno pochi libri. Anche sui giornali gli spazi dedicati ai libri sono sempre più ridotti. La lingua vive se è parlata, ma la pagina scritta ne alimenta la bellezza e la correttezza.

Si può rinunciare ad insegnare la grammatica?

Assolutamente no. La grammatica è fondamentale ma assai impopolare, perché l’insegnamento di regole, oggi più di ieri, è visto come qualcosa di impositivo. Pensi alla brutta figura che si fa quando si commettono degli errori di ortografia o quando si parla sbagliando gli accenti: è come presentarsi ad un appuntamento con le scarpe infangate. La grammatica è come una convenzione sociale istituita dentro una comunità, e come tale va rispettata. «A me mi piace» non si dice: è un errore.

È un errore e tale deve rimanere, professore?

E tale deve rimanere. In realtà, non rimane nulla, perché la lingua cambia. Vent’anni fa nessuno avrebbe scritto lui come soggetto, oggi invece non è più sanzionato come errore. Una lingua è un fiume che avanza e che cambia, anche se con molta, molta lentezza.

Ma di fronte a queste trasformazioni inevitabili, dobbiamo scrivere come i classici o assecondare i cambiamenti?

Se noi oggi scrivessimo e parlassimo secondo la sintassi del Boccaccio o con il lessico cinquecentesco, faremmo ridere. Nel Rinascimento, quando l’italiano era incerto, si stabilì che i buoni autori erano i fiorentini del ’300 e si disse: imitiamoli. Oggi non è più così, quello che conta è l’uso. La parola «uso» Manzoni la scriveva, per deferenza, con lettera maiuscola. Oggi si scrive lui come soggetto. È entrato nell’uso e pian piano è diventato norma. E quando una norma in qualche modo diventa maggioritaria e si stabilizza, a quella ci si attiene. La grammatica non è qualcosa di così rigido che può valere per sempre.

Curare la lingua per continuare a costruire, fuor di retorica, l’unità italiana?



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COMMENTI
06/05/2011 - la fame vien mangiando (Antonio Servadio)

Articolo chiaro, centrato e ben articolato. Dissento con energia che "tutti noi o quasi sappiamo l'Inglese". Su questo terreno si sono fatti molti progressi in circa 30 anni. Ma nella padronanza della lingua inglese l'italiano medio resta parecchio arretrato rispetto agli svizzeri, ai tedeschi ed a tutti i popoli dei paesi nordici. A differenza di Germania e Francia la nostra lingua madre non compete nell'arena internazionale. Ne consegue che è urgente elevare il livello qualitativo dell'Inglese nelle scuole. Bisognerebbe svolgere alcune lezioni in lingua straniera (ad es. matematica, fisica, chimica, biologia si prestano molto bene). Ciò senza ridurre le consuete ore di insegnamento della lingua. Infatti "la fede vien pregando e la fame vien mangiando". Per restare sulla scena internazionale non basta affatto l'Inglese "da aeroporto". Nossignori, serve dominarlo con grande padronanza almeno nel proprio campo di lavoro/studio, e saperne apprezzare le sfumature in lettura, scrittura, e parlato. Ma suppongo che siano troppo pochi gli insegnanti italiani in grado di trattare la propria materia in inglese. Circa la lingua madre, è indispensabile appassionare i ragazzi alla lettura, proprio perché la "fame vien mangiando". La "grammatica è assai impopolare", ovvio. Solo un insegnamento costruito attorno alla lettura di classici e moderni può fare assorbire appieno la lingua. Si prenda esempio dall'impostazione didattica che usava Lalla Romano.