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STORIA/ Beccaria: l’Italia deve meno a Cavour e più alla grammatica

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Veduta  di Firenze, patria della lingua italiana (Imagoeconomica)  Veduta di Firenze, patria della lingua italiana (Imagoeconomica)

Certamente. Raffaele La Capria, in una sua pagina de L’armonia perduta, scrive che nel frastuono orrendo delle strade di Napoli il dialetto «tiene insieme la mia tribù», come «l’unico elemento aggregante in questa disgregazione». La lingua ci rende reciprocamente familiari, e infatti non aver avuto l’italiano per tanti anni come lingua di conversazione ma solo come lingua colta, d’élite, ha creato quel senso di distacco che già Leopardi metteva in rilievo. La mancanza di una lingua parlata comune in una paese così variegato com’era il nostro è stata un guaio, perché ha alimentato lo spirito di fazione.

Secondo lei quanto ha influito il lessico cristiano sulla formazione dell’italiano e sulla nostra coesione spirituale?

Moltissimo. Il cristianesimo è stato rivoluzionario. Non tanto per la quantità di parole introdotte, ma perché ha dato a parole già esistenti un significato profondo, metafisico, prima inesplorato. Pensiamo per esempio alla parola «sacrificio», a «empio» e a molte altre. Poi ci sono state naturalmente integrazioni, opposizioni, conflitti che hanno complicato e arricchito lo sviluppo storico della nostra lingua.

L’Italia, a differenza della Germania, non ha avuto un Martin Lutero che ha tradotto la Bibbia.

È vero, ma ciò non significa un minore influsso del cristianesimo sulla nostra lingua. Nel nostro caso è stato molto di più il pulpito a influire profondamente sui dialetti e sul linguaggio popolare. I nostri dialetti sono pieni di parole venute dal latino, il più delle volte incomprese. Milioni di persone hanno pregato in una lingua per loro misteriosa, però anche quando non si capisce, o si comprende in modo distorto, qualcosa passa sempre. Non capivano nel senso che intendiamo noi oggi, però pregavano.

Dobbiamo temere la diffusione dell’inglese?

No. L’inglese è per la stragrande parte di coloro che lo usano una lingua «itineraria», «aeroportuale», senza essere paragonabile alla lingua interiore, profonda. Tutti noi o quasi sappiamo l’inglese, ma chi sa l’inglese così profondamente come sa l’italiano con tutti suoi registri e le sue sfumature? Però l’inglese rimane indispensabile. Come ieri la lingua universale era il francese, oggi tocca all’inglese. E di una lingua universale non si può proprio fare a meno.




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COMMENTI
06/05/2011 - la fame vien mangiando (Antonio Servadio)

Articolo chiaro, centrato e ben articolato. Dissento con energia che "tutti noi o quasi sappiamo l'Inglese". Su questo terreno si sono fatti molti progressi in circa 30 anni. Ma nella padronanza della lingua inglese l'italiano medio resta parecchio arretrato rispetto agli svizzeri, ai tedeschi ed a tutti i popoli dei paesi nordici. A differenza di Germania e Francia la nostra lingua madre non compete nell'arena internazionale. Ne consegue che è urgente elevare il livello qualitativo dell'Inglese nelle scuole. Bisognerebbe svolgere alcune lezioni in lingua straniera (ad es. matematica, fisica, chimica, biologia si prestano molto bene). Ciò senza ridurre le consuete ore di insegnamento della lingua. Infatti "la fede vien pregando e la fame vien mangiando". Per restare sulla scena internazionale non basta affatto l'Inglese "da aeroporto". Nossignori, serve dominarlo con grande padronanza almeno nel proprio campo di lavoro/studio, e saperne apprezzare le sfumature in lettura, scrittura, e parlato. Ma suppongo che siano troppo pochi gli insegnanti italiani in grado di trattare la propria materia in inglese. Circa la lingua madre, è indispensabile appassionare i ragazzi alla lettura, proprio perché la "fame vien mangiando". La "grammatica è assai impopolare", ovvio. Solo un insegnamento costruito attorno alla lettura di classici e moderni può fare assorbire appieno la lingua. Si prenda esempio dall'impostazione didattica che usava Lalla Romano.