Cultura
mercoledì 1 giugno 2011
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Il periodo storico indicato convenzionalmente come “età delle esplorazioni” è stato sicuramente uno dei momenti più importanti della storia dell’occidente. Comunque lo si voglia valutare, ha aperto l’Europa ad altre culture e ad altre economie, quasi sempre sconosciute fino a quel momento, e ha innescato un lungo confronto che, in forme alterne, giunge fino a oggi. Proprio per questo vale la pena tornare a riflettere, in piena età di “globalizzazione”, come si ama dire oggi, sul momento in cui è iniziato tutto. Per prima cosa, occorre ribadire una cosa nota ma che viene continuamente dimenticata: è il tardo medioevo a sentire il bisogno di spingersi oltre i confini degli spazi conosciuti. Fino almeno al viaggio di Vasco da Gama del 1497-98, gli esploratori furono spinti da ideali e bisogni essenzialmente medievali: la Crociata, il Prete Gianni, le spezie, le Indie, cui vanno aggiunti l’inestinguibile curiosità umana (il veneziano Alvise Cadamosto, che viaggiò lungo le coste africane nel 1455-56, insiste con orgoglio sulla sua volontà di vedere cose mai viste prima da altri suoi compatrioti) e naturalmente la fame di oro.
Un altro luogo comune che andrebbe scardinato una volta per tutte è quello secondo cui gli uomini del medioevo erano convinti che la terra fosse piatta e che Cristoforo Colombo è stato il primo a sostenere il contrario, progettando il suo viaggio proprio sulla base di questa nuova convinzione. Al contrario, gli intellettuali e anche i capitani delle navi sapevano benissimo che la terra è sferica e avevano anche un’idea abbastanza precisa delle sue dimensioni. Solo sulla forma e le dimensioni delle terre emerse non erano informati in modo adeguato: per loro l’ekumene (l’insieme delle terre abitate) era una specie di piccola “calotta” formata da Europa, Asia e Africa settentrionale, circondata da un unico immenso oceano.
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