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STORIA/ L’"inventore" della globalizzazione? Chiedete a Vasco da Gama

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Da un disegno dell'Atlante Miller, 1519 (Immagine d'archivio)  Da un disegno dell'Atlante Miller, 1519 (Immagine d'archivio)

Lo stesso cronista portoghese Azurara, che raccontò questo episodio qualche decennio dopo, riconosce che si era trattato di un’impresa in sé semplice, ma che all’epoca era apparsa straordinaria proprio perché aveva infranto una serie di tabù che fino a quel momento erano apparsi insuperabili. Il principe Dom Enrique, “sponsor” della spedizione, aveva dovuto ricorrere a lusinghe retoriche e promesse di grandi ricompense per ottenere infine che il suo scudiero Eanes, dopo molti tentativi falliti, riuscisse finalmente ad aggirare dal largo il capo maledetto: una piccola navigazione per un uomo, si potrebbe dire parafrasando le celebri parole di Neil Armstrong al momento di mettere piede sulla Luna, ma un grande passo per l’umanità, per lo meno per quella europea.

Ancora più straordinario però appare a noi il coraggio delle spedizioni successive, che si spinsero avanti lungo una costa assolutamente inospitale che sembrava confermare in pieno le previsioni degli scienziati dell’epoca di un progressivo riscaldamento man mano che si procedeva verso sud. Solo dieci anni dopo le caravelle lusitane raggiunsero il fiume Senegal, scoprendo appunto che la concezione tradizionale era sbagliata: la regione a sud di quel fiume infatti era coperta da alberi d’alto fusto e “popolata da genti in numero infinito”, come avrebbe scritto a suo tempo Cristoforo Colombo in una postilla alla sua copia del libro Imago Mundi del cardinal D’Ailly.

Lo stesso Colombo ragionava ancora in termini profondamente medievali anche se, dal suo punto di vista, progettò un vero e proprio “giro del mondo” per raggiungere il Giappone e poi la Cina attraversando il “mare Oceano” a ovest dell’Europa. Nonostante tutti i suoi calcoli, più o meno manipolati per sostenere il suo progetto di fronte ai finanziatori, la spedizione del 1492 si sarebbe risolta in un fallimento totale se le navi non fossero “inciampate”, per così dire, su un lembo delle attuali isole Bahamas. Dal punto di vista medievale che il navigatore genovese incarnava ancora, quelle terre non potevano non essere che le coste orientali dell’Asia. Capire che le cose non stavano così doveva essere il compito della generazione successiva.

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