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DON RICCI/ Negri: fedele alla verità, costruttore di ponti

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Don Francesco Ricci (Immagine d'archivio)  Don Francesco Ricci (Immagine d'archivio)

Egli è passato come un ciclone su tre continenti. L’Europa: fu il primo ad intessere rapporti sistematici con quella che allora veniva chiamava «la Chiesa del silenzio» e ad aprire a noi, giovani dell’occidente, il «grande polmone» - come lo avrebbe chiamato Giovanni Paolo II - con cui abbiamo respirato la grandezza di quella teologia della sofferenza e di quel sacrificio del silenzio. Abbiamo avuto modo di conoscere una nuova e inedita capacità di presenza cristiana, una testimonianza preziosa e capace di rianimare la nostra Chiesa d’occidente, così chiusa in se stessa e così timida nei confronti del mondo laicista.

E poi l’America latina, nella quale don Ricci ha acceso possibilità di incontro e di dialogo con i maggiori intellettuali e sindacalisti cattolici, realizzando una trama di rapporti che sono serviti a costruire una maggiore consapevolezza da parte di tutti: in loro, e in tutti quelli che in Italia incominciavano a interessarsi da cristiani della vita privata e pubblica, del lavoro e della società.

E poi ancora, da ultimo ma in modo non meno importante e significativo, seppe incontrare i bonzi giapponesi, che portò più volte al Meeting di Rimini e con i quali riuscì ad intessere un dialogo basato sul senso religioso, ma aperto, come auspicava don Giussani, alla possibilità dell’incontro con Cristo.

In questa instancabile capacità di realizzare cultura e su di essa di operare incontri, dialoghi e collaborazioni, fioriva innanzitutto un rispetto assoluto per la verità che gli era stata consegnata nelle mani e nel cuore dall’esperienza della Chiesa. Ma proprio in forza di questa assoluta fedeltà alla verità, era capace di un rispetto incondizionato della persona con cui dialogava e di cui si faceva carico, fino ad assumersene anche i bisogni materiali. Ricordo certi viaggi, fatti insieme a lui al di là della «cortina di ferro» - in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria - nei quali, in compagnia di appassionati uomini di cultura, fiorivano alla sera, dopo cena, imprevedibili possibilità di nuovi rapporti; ma questo poteva avvenire, il più delle volte solo perché don Francesco aveva portato con sé dall’Italia le vivande di cui nessuno, là, poteva disporre. Non poteva esserci dialogo senza una convivenza, e non poteva esserci convivenza senza la possibilità di sedersi attorno a un tavolo e mangiare insieme. E per i nostri ospiti era magari la prima volta che mangiavano dignitosamente dopo mesi...



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COMMENTI
10/06/2011 - mi sono commossa (LUISA TAVECCHIA)

Si, mi sono commossa. Anch'io ho conosciuto personalmente Don Ricci. Grazie della bella testimonianza, sono riandata ai momenti culturali, al viaggio in Yugoslavia (Pola) perchè l'averlo seguito in compagnia, ascoltato mi ha fatto crescere culturalmente nella verità e nel perdono. Ancora grazie. luisa