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STORIA/ I frutti della Pax romana, oltre i luoghi comuni dell’imperialismo

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Augusto di Prima Porta (ca. 8 a.C.)  Augusto di Prima Porta (ca. 8 a.C.)

In secondo luogo, al di là dei triti luoghi comuni che si sentono ripetere sull’imperialismo romano, Roma diede alle terre conquistate un’amministrazione nel complesso equilibrata. Nel 1884, il grande storico di Roma Teodoro Mommsen scriveva all’inizio del volume dedicato alla storia delle provincie romane le seguenti parole: “Nelle città rurali dell’Africa, nelle fattorie dei vignaiuoli della Mosella, nelle valli della Licia e sul litorale deserto della Siria, ecco dove è da cercare l’opera dell’impero e là essa si ritrova. Ancor oggi esistono regioni dell’Oriente e anche dell’Occidente, per le quali l’epoca imperiale costituì un grado di buon governo, di per sé non altissimo, ma che non venne mai uguagliato. Se infatti l’angelo dei Signore volesse fare un bilancio, e vedere se i costumi e la sorte dei popoli in generale dopo quell’epoca abbiano progredito o addirittura regredito, è molto dubbio se il giudizio ci sarebbe favorevole”.

Roma, se per secoli non ebbe personalità capaci di creazioni artistiche allo stesso livello dei Greci, elaborò una cultura del diritto e dell’amministrazione che avrebbe segnato la storia successiva. La politica interna ed estera, i rapporti tra pubblico e privato, i rapporti col sacro, tutto era regolato da norme precise che prendono il nome di ius. Vi sono principi che valgono per tutti gli uomini (lo ius gentium) e vi sono norme che riguardano il cittadino romano, il civis Romanus. In questa parola non è compresa solamente una nozione di carattere amministrativo, perché all’idea della civitas, della cittadinanza, si associa l’idea dell’humanitas: il civis Romanus rappresenta l’homo humanus, l’uomo che realizza la pienezza delle potenzialità umane. Ristretta originariamente ai soli abitanti di Roma, la condizione di cittadino Romano fu estesa col passare dei secoli a un numero sempre più vasto di persone: cittadini Romani divennero prima gli abitanti dell’Italia e poi, con un editto emanato dall’imperatore Caracalla nel 212, tutti i cittadini dell’impero. “Hai fatto di tutto il mondo un’unica città”, dirà qualche secolo dopo un poeta (Rutilio Namaziano) parlando dell’operato di Roma.

Per quanti difetti si possano vedere nell’organizzazione statale di Roma, è innegabile che questa si evolve in senso sempre più democratico: le differenze sociali, inizialmente esasperate, si stemperano col tempo: nella respublica a ogni cittadino è permesso (almeno teoricamente) di accedere alle cariche più alte dello Stato. Naturalmente la costituzione romana non è esente da difetti (come non lo sono probabilmente neppure le costituzioni moderne), ma le garanzie che essa offre ai cittadini sono ampie. Anche agli schiavi, la cui condizione era inizialmente priva di tutele giuridiche, vengono progressivamente riconosciuti dei diritti e delle garanzie.



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