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STORIA/ I frutti della Pax romana, oltre i luoghi comuni dell’imperialismo

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Augusto di Prima Porta (ca. 8 a.C.)  Augusto di Prima Porta (ca. 8 a.C.)

Quando, con la dissoluzione dell’impero, molte popolazioni straniere si stanziano nelle province, si ha un periodo iniziale di turbolenza, a cui segue una fase di assestamento e infine l’assorbimento dell’elemento germanico da parte dell’elemento latino: Goti, Franchi, Longobardi, Vandali alla fine parlano latino. Anche la predicazione cristiana ha il suo peso in questo singolare processo di assimilazione dei vincitori ai vinti.

In un celebre passaggio della tragedia Adelchi il Manzoni parla dei latini come di un “volgo disperso che nome non ha”: sono gli anni della dominazione longobarda (VIII secolo), l’elemento latino è sottomesso, e dei monumentali edifici delle città romane non sopravvivono che ruderi cadenti. Ma l’asservimento politico non si traduce in una soggezione culturale: troppo forte è il divario: tra le due lingue (latina e longobarda) sarà la prima a prevalere, mentre della seconda non rimarrà che qualche brandello di parola. La stessa legge dei longobardi (l’editto di Rotari del 643) è in latino, si ispira in molti tratti al diritto di Roma, ed è valida unicamente per la popolazione germanica, perché la popolazione latina continuerà a essere regolata dal codice di Giustiniano, che raccoglie la legislazione romana.

Tutt’altra sorte ebbe l’Africa settentrionale, una zona la cui vivacità intellettuale è documentata dalla lunghissima lista di grandi personalità della cultura latina che qui erano nate (pagani come Apuleio e cristiani come Agostino). La conquista araba ebbe carattere radicalmente distruttivo: rase al suolo le chiese, costretti a tornare nelle catacombe i cristiani, e la lingua romanza che si stava sviluppando nella zona (il cosiddetto afro-romanzo) non ebbe nessuna possibilità di svilupparsi.

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