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DIBATTITO/ Così relativismo e immigrati hanno "spaccato" il vecchio ceto medio

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Avanza dunque il relativismo, in modo molto massiccio tra il gruppo più rilevante, quello degli impiegati. E ancora, i ceti medi nel loro complesso appaiono più tolleranti nei confronti dell’omosessualità, ma quanto alla possibilità che i gay possano avere dei figli la loro disponibilità diminuisce molto.

Le differenze interne si mostrano però compiutamente quando si indagano dimensioni di confine con la costruzione del bene pubblico. I ceti medio/alti (dirigenti, commercianti e professori) mostrano un interesse per la politica che non ha eguali, confermando la loro tendenza ad essere “riflessivi”, mentre gli altri, gli impiegati, gli artigiani e i piccoli lavoratori autonomi sembrano aver perso per strada ogni interesse e forse ogni speranza politica.

Come un tempo, e abbastanza compattamente, continuano a pensare che il valore più importante da proteggere sia l’eguaglianza rispetto alla libertà individuale. E per arrivare a questo risultato continuano ad essere i più riformisti e i meno conservatori, ma gli artigiani e i piccoli autonomi, maggiormente delusi dalla politica, sono quelli che chiedono più di tutti un cambiamento radicale della società. Magari non la rivoluzione a mano armata, come si professava negli anni Settanta. Ma certamente nemmeno i passi brevi e incerti che la politica sembra aver loro riservato in questi anni. Anche perché sono proprio loro, i “piccoli”, a dover fronteggiare la concorrenza proveniente dalle nuove popolazioni immigrate, tanto che mentre i ceti medio/alti mostrano un’ampia apertura agli stranieri, artigiani e autonomi appaiono decisamente restrittivi, dichiarandosi molto più preoccupati rispetto al resto del ceto medio per quanto riguarda la possibilità che l’immigrazione diventi una minaccia per la società oltre che un problema dell’oggi soprattutto in termini di ordine pubblico.

Impiegati, artigiani e partite iva mostrano proprio per questi motivi un elevata sfiducia nei confronti delle istituzioni parlamentari, ma al tempo stesso anche il minor livello di fiducia nei confronti della Chiesa (come risultanza di una minor propensione alla religiosità che giunge fino ad un’ampia professione di ateismo). E per conseguenza sono anche i più decisi nel chiedere alle autorità religiose di non intervenire direttamente nella vita politica per influenzarne le scelte.



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