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LETTURE/ Devidayal e Colin, quando la letteratura fa risuonare le "corde dell’anima"

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William Harnett, Music and Literature, 1878  William Harnett, Music and Literature, 1878

Chi scrive ha avuto la fortuna di partecipare alla sua realizzazione, pizzicando le corde dell’anima di (leggi più prosaicamente: conversando con) due autrici di lingua inglese - l’indiana Namita Devidayal e l’inglese Beatrice Colin - la cui ispirazione creativa, riflessione musico-letteraria e scrittura testuale hanno saputo offrire agli spettatori del Festival una declinazione dei suoi obiettivi caratterizzata da uno spessore (antropologicamente e culturalmente) internazionale ed interculturale.
Nel romanzo La stanza della musica (2007; Neri Pozza, 2009), infatti, Devidayal colloca la musica tradizionale indiana in uno spazio mentale privilegiato e le attribuisce una straordinaria capacità coesiva, in grado di armonizzare dimensioni narrative spesso considerate (velleitariamente) autonome e autoreferenziali quali la storia personale, la narrazione comunitaria, il racconto mitico e l’affabulazione dell’uomo sulla natura. In quell’universo domestico “dove tutto si traduceva in una metafora musicale”, Dondhutai, la maestra di canto e di tanpura, insegnava alla piccola Namita - e continuerà ad insegnarle una volta adulta - che “esseri umani, uccelli e animali apprezzano le melodie […] perché sono fatti tutti della stessa argilla” e che “la nostra musica ha origini celesti: chi si addentra nei suoi meandri e beve le sue note finisce per innalzarsi di qualche centimetro sopra l’universo dei mortali”.
La grammatica della lettura che Devidayal impone ai suoi lettori è assai esigente e mai scontata. La musica non è solo il tema o il contenuto de La stanza della musica: ne è - per così dire - la “sostanza vitale” in un costante dialogo interculturale con l’esperienza musicale e culturale dell’Occidente (come lei stessa ha dimostrato eseguendo due brevi raga e accompagnandosi con il suo tampura elettronico). A partire dalle parole di Ustad Vilayat Khan, celebre maestro di sitar (1928-2004), che inaugurano la versione italiana (e che invece aprono il Prologo nell’edizione originale) e che lasciano intravedere come traguardo dell’esperienza musicale indiana gli scenari antropologici di una “totalità sinestetica” (udito + vista) solo fuggevolmente sperimentata dalla sapienza musicale occidentale: “Un raga andrebbe eseguito in modo tale che nel giro di pochi minuti tanto l’interprete quanto il pubblico siano in grado di visualizzarlo di fronte a sé”. Nella scrittura di Devidayal, il respiro della musica come “sostanza vitale” non si percepisce solo nei dettagli musico-letterari: anzi, ne plasma il pensiero letterario e le sue macrostrutture testuali, come risulta particolarmente evidente nel suo secondo romanzo Dolceamaro a Bombay (2010; Neri Pozza, 2011), che, pur percorrendo tematiche non musicali, non riesce tuttavia a rinunciare al contributo strutturale di una ritmica narrativa bipartita, con una prima parte modellata su una circolarità di matrice orientale ed una seconda gestita secondo un andamento lineare di evidente ispirazione occidentale.



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