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LETTURE/ Devidayal e Colin, quando la letteratura fa risuonare le "corde dell’anima"

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William Harnett, Music and Literature, 1878  William Harnett, Music and Literature, 1878

Anche  l’incontro con Beatrice Colin, autrice londinese che risiede a Glasgow, è stato per chi scrive illuminante: certo, lo sarebbe comunque stato in sé, ma lo è diventato ancor di più per l’accostamento di queste nuove corde dell’anima con quelle riecheggiate in precedenza nel colloquio con Namita Devidayal. Per Colin, infatti, la sua attività di narratrice può essere descritta in modo stricto sensu musico-letterario: “se io stessi scrivendo musica, avrei solo la tonalità - fa minore o Sol maggiore - e non la melodia”. Metafora davvero intrigante, questa, che ricorre a una competenza tecnica (non a una esperienza esecutiva, come nel caso della Devidayal) per suggerire che, nei primi passi della stesura di un romanzo, la scrittrice inglese ricerca - se mi si concede questa audacia musico-letteraria - una cornice compositiva, un repertorio di opportunità sonore e di relazioni gerarchicamente organizzate (la tonalità) e non il profilo individuale di un’irripetibile identità sonora (la melodia).
Verrebbe da dire che si tratta di un prospettiva musico-letteraria d’impronta inguaribilmente occidentale e tale affermazione è facilmente confermata da una lettura attenta del suo avvincente romanzo New York 1916 (2010; Neri Pozza, 2011). Tuttavia, benché in modo diverso dalle arcane magie sonore di Bombay, anche nella cornice narrativa della Grande Mela durante il decennio precedente a quello del Wall Street Crash e tra le scintillanti sonorità della Tin Pan Alley (il “viale dei pianoforti da quattro soldi” che ospitava gli editori di quella che oggi qualcuno definirebbe spregiativamente “musica di consumo”), la musica non svolge soltanto un ruolo tematico, ma si fa - come nella scrittura della Devidayal - “sostanza vitale” e, in presenza o in assenza, dà forma e sostanza all’intreccio tra le vicende del protagonista Monroe Simonov e quelle del ristretto ma variegato gruppo dei principali deuteragonisti Inez Kennedy, Anna Denisova, Ivory Price, Edward Mackenzie - nessuno di loro comodamente riducibile allo stereotipo che i loro nomi paiono suggerire: Monroe, in certa misura modellato sulla silhouette biografico-musicale di George Gershwin (che è riecheggiato a Cremona grazie al duo flauto-pianoforte di Raffaele Trevisani e Paola Girardi) e sospeso sul filo di una fascinosa evoluzione da song-plugger e song-writer; ciascuno degli altri, invece, impregnato di una sua peculiare “sostanza musicale”, che culmina nella geniale identità musico-letteraria di Edward, in equilibrio instabile come il protagonista, ma questa volta tra Mozart e le trascinanti meraviglie del jazz: “più tardi, Monroe cercò di ricostruire l’esatta collisione tra note e melodia, ma non ne fu capace. Riconobbe la musica - era una sonata per pianoforte di Mozart - ma mentre la sinistra (di Edward) batteva il ritmo, dapprima in un registro di basso per poi scorrere sul do centrale e ancora più su, la destra entrava e usciva dalla struttura del brano, ricavando nuovi spunti dalle armonie precedenti”.



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