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LETTURE/ Creare la pace? Attenti alla politica e alle soluzioni prêt-à-porter

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Gli autori di Pensare la pace non praticano tale critica con il tono petulante di tanti opinion makers. Si tratta innanzitutto di mostrare l’atto di un pensare la pace come pensare in pace, evitando di identificare la causa della guerra con nemici ideali o concreti ma comunque fuori di sé - mossa ideologica che poi conduce a giustificare la propria guerra come azione difensiva.
Un tratto comune a tutti i contributi del volume è quello di soffermarsi sul logos come origine della pace. Il logos, inteso secondo la sua estensione semantica (ragione, pensiero, parola, discorso, giudizio), è ciò che costituisce il legame tra tutte le cose e quindi anche tra gli esseri umani. La questione della pace coincide con la questione della possibilità di questo legame: com’è possibile che i molti, diversi tra di loro, stiano insieme? come mai il mondo tutto sommato tiene, cioè è un cosmo e non è un caos? In termini filosofici si tratta del classico interrogativo in merito all’uno e ai molti, all’identico e al diverso.
Di fronte a tale questione l’uomo contemporaneo - choccato dai sommovimenti epocali tipici della globalizzazione (dai repentini cambiamenti geopolitici alle migrazioni dei popoli) - assume più o meno consapevolmente due punti di vista. O cerca di salvaguardare la purezza dell’identità o glorifica la diversità. Si tratta di due prospettive illusorie: non esistono identità pure - e ciò è talmente vero che per farle esistere occorre inventarle attraverso miti e riti dal valore ideologico e strumentale; non esistono diversità assolute, altrimenti non potrebbero nemmeno incontrarsi e riconoscersi come tali.



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