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SACHAROV/ "Vivere senza menzogna": il volto umano di Elena Bonner

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Elena Bonner e Andrej Sacharov partono da Mosca per New York, 6 nov. 1988 (Ansa)  Elena Bonner e Andrej Sacharov partono da Mosca per New York, 6 nov. 1988 (Ansa)

“Elena era una persona infinitamente sincera,  infinitamente appassionata, talvolta eccedeva proprio per la passione che metteva in tutto, ma era sempre assolutamente onesta e responsabile. Persone così ce ne sono pochissime. Certo, tutti noi la ricorderemo, e non solo quelli che la conoscevano personalmente: saranno in tantissimi a ricordarla. Ha il suo posto nella storia della Russia, della vita della società russa, questo è certo. Ma quello che ci mancherà più di tutto è questa sua sincerità, questa passione, questa sua fede nella giustizia”.

Così la ricorda all’indomani della sua morte Arsenij Roginskij, presidente dell’associazione  Memorial, uno degli ultimi frutti della battaglia di Andrej Sacharov e di sua moglie Elena Bonner. L’accademico Andrej Sacharov aveva partecipato alla fondazione, nel gennaio 1989, di questa prima espressione della società civile russa - dedicata al ristabilimento della memoria delle vittime della repressione - e ne era divenuto presidente. Ma Gorbacëv non vedeva di buon occhio l’iniziativa. Esiste un’istantanea del funerale di Sacharov, il 18 dicembre dello stesso anno, in cui la Bonner squadra Gorbacëv perentoriamente, con un’espressione di dignitoso e vibrante rimprovero, e il segretario generale china il capo, quasi ad assentire alla richiesta che passava in quello sguardo: dare il via libera a Memorial. In quello sguardo, in quell’atteggiamento c’è tutta Elena Bonner, tanto energica e passionale quanto Andrej Sacharov era schivo e riservato, sebbene fossero accomunati dallo stesso giudizio e dalla stessa decisione a “vivere senza menzogna”.

La Bonner (aveva sempre preferito farsi chiamare così, e in generale mordeva il freno rispetto al ruolo di “moglie di Sacharov” che si sentiva attribuire, pur essendo stata dal 1970 inseparabile compagna di vita e di battaglie del grande fisico, premio Nobel per la pace nel 1975), ha vissuto l’iter di molte persone della sua generazione. La sua è una famiglia comunista - il padre era un autorevole membro del Komintern - che come tante viene distrutta dalle purghe del ‘37: Georgij Alikanov viene fucilato e la moglie condannata a otto anni di lager (in realtà avrebbe trascorso quasi vent’anni tra prigioni, campi di lavoro e deportazione).



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