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TEATRO/ E Stalin processò lo stalinismo: torna in scena Eugenio Corti

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Nostalgia del comunismo in Repubblica ceca (Imagoeconomica)  Nostalgia del comunismo in Repubblica ceca (Imagoeconomica)

In Europa, in occidente così come all’est, la lettura del Novecento è quindi parziale e distorta perché continua a rimandare la comparazione tra tutti gli eventi politici del XX secolo. L’opera scritta di Eugenio Corti, come quella di Solženicyn, propone esattamente una valutazione piena del passato recente per aprire una via di ricostruzione, nel presente.

In particolare, in Processo e morte di Stalin, composto di diciotto episodi intervallati da sei cori, Corti giudicò il fenomeno del comunismo ponendosi dallo stesso punto di vista dell’uomo moderno nei confronti del cristianesimo: si pose cioè all’esterno della questione, con antipatia e in aperto contrasto. Soltanto che la sua poetica non apparteneva né all’arte né alla filosofia contemporanee, perché si alimentava alle fonti della pietà e della fede che il Novecento considera inaccettabili. Nessun avversario del comunismo aveva mai osato fare del proprio “nemico” un ritratto così pieno di attenta e pietosa umanità come Corti nel raffigurare, qui, l’ultimo giorno di Iosif Stalin, dittatore, bolscevico, uomo.

Che chiedeva ai suoi accusatori in quel freddo primo marzo del ’53: “Voi pretendete d’applicare la nostra morale agli altri, mentre invece, quando si tratta di voi, vorreste applicare il principio oscurantista Non ti è lecito uccidere il tuo fratello! E perché non è lecito? Chi lo dice? Dio lo dice: lo sapete o no? E vorreste tornare sotto il giogo di Dio, voi, moderni uomini liberi?”. Con il compagno Molotov che gli rispondeva: “È tragico non poterlo contraddire”.

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