Cultura
giovedì 30 giugno 2011
La comprensione della eterogenea configurazione del cosiddetto “ceto medio” - composto in realtà da una pluralità di classi occupazionali e di gruppi di status con interessi, aspettative, orientamenti politico-culturali alquanto diversificati - deve fare i conti con la mobilità sociale che è un tratto tipico delle società moderne (dinamiche e mutevoli) rispetto a quelle tradizionali (statiche e conservatrici) ed ha assunto contorni più frastagliati nell’attuale società plurale sotto la spinta delle nuove migrazioni internazionali.
La mobilità sociale coincide con un cambiamento di status (ascendente o discendente) per effetto delle carriere scolastiche e lavorative che gli individui sperimentano nell’ambito della propria generazione o rispetto alla generazione dei propri genitori, dando vita a sentimenti di miglioramento o peggioramento che alimentano la soddisfazione o la frustrazione individuale e collettiva. Tanto più ampi ed accelerati sono i processi di mobilità sociale tanto più aperta e dinamica è la società che li ospita, ma risultano anche più intensi gli squilibri di status e i rischi di declassamento speculari ai rischi virtuosi dell’upgrading.
Il ciclo storico che abbiamo alle nostre spalle - legato alla pluridecennale stagione dello sviluppo del benessere economico e sociale anche per effetto di un’abbondante spesa pubblica (in deficit) - ci ha abituati all’idea di un trend sempre crescente, a somma positiva, alimentando, specie tra le classi medie, aspettative di status altrettanto crescenti, di per sé non immotivate (se si guarda all’esperienza delle generazioni che hanno ricostruito l’economia e la società italiana dopo il collasso della seconda guerra mondiale), ma eccessive considerato il punto di partenza assai alto e le modeste capacità di crescita del nostro sistema economico, legata alla minore competitività internazionale e alla necessità di ridurre l’enorme debito pubblico accumulato.
A fare le spese di questa strada in salita sono soprattutto le generazioni più giovani, che in effetti godono di minori garanzie rispetto a quelle usufruite dai loro genitori quando avevano la stessa età, restano più a lungo nell’anticamera del lavoro, del guadagno, dell’autonomia per ragioni in parte oggettive e in parte soggettive, hanno però al loro attivo un capitale culturale mediamente più elevato.
Alcuni freni alla mobilità dei giovani sono per esempio: gli ordini professionali (aperti solo ai "parenti di"), che nessuno riforma e tutti proteggono. L'eccessivo uso di contratti a tempo determinato (che danna poco stipendio e poca previdenza). E poi la mancanza di meritocrazia nelle università (es. Vignali "opere da tre soldi" Tempi n.9/2011). Ce ne sono altri ma questi secondo me sono tra i principali...
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