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DIBATTITO/ In Italia è davvero difficile diventare più ricchi?

GIANCARLO ROVATI continua la riflessione sul ceto medio. La stagione di sviluppo continuata fino ad oggi ci ha abituati all’idea di un trend positivo crescente. Ma non è più così

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

La comprensione della eterogenea configurazione del cosiddetto “ceto medio” - composto in realtà da una pluralità di classi occupazionali e di gruppi di status con interessi, aspettative, orientamenti politico-culturali alquanto diversificati - deve fare i conti con la mobilità sociale che è un tratto tipico delle società moderne (dinamiche e mutevoli) rispetto a quelle tradizionali (statiche e conservatrici) ed ha assunto contorni più frastagliati nell’attuale società plurale sotto la spinta delle nuove migrazioni internazionali.

La mobilità sociale coincide con un cambiamento di status (ascendente o discendente) per effetto delle carriere scolastiche e lavorative che gli individui sperimentano nell’ambito della propria generazione o rispetto alla generazione dei propri genitori, dando vita a sentimenti di miglioramento o peggioramento che alimentano la soddisfazione o la frustrazione individuale e collettiva. Tanto più ampi ed accelerati sono i processi di mobilità sociale tanto più aperta e dinamica è la società  che li ospita, ma risultano anche più intensi gli squilibri di status e i rischi di declassamento speculari ai rischi virtuosi dell’upgrading.

Il ciclo storico che abbiamo alle nostre spalle - legato alla pluridecennale stagione dello sviluppo del benessere economico e sociale anche per effetto di un’abbondante spesa pubblica (in deficit) - ci ha abituati all’idea di un trend sempre crescente, a somma positiva, alimentando, specie tra le classi medie, aspettative di status altrettanto crescenti, di per sé non immotivate (se si guarda all’esperienza delle generazioni che hanno ricostruito l’economia e la società italiana dopo il collasso della seconda guerra mondiale), ma eccessive considerato il punto di partenza assai alto e le modeste capacità di crescita del nostro sistema economico, legata alla minore competitività internazionale e alla  necessità di ridurre l’enorme debito pubblico accumulato.

A fare le spese di questa strada in salita sono soprattutto le generazioni più giovani, che in effetti godono di minori garanzie rispetto a quelle usufruite dai loro genitori quando avevano la stessa età, restano più a lungo nell’anticamera del lavoro, del guadagno, dell’autonomia per ragioni in parte oggettive e in parte soggettive, hanno però al loro attivo un capitale culturale mediamente più elevato.


COMMENTI
30/06/2011 - immobilità per le possibilità (francesco taddei)

Alcuni freni alla mobilità dei giovani sono per esempio: gli ordini professionali (aperti solo ai "parenti di"), che nessuno riforma e tutti proteggono. L'eccessivo uso di contratti a tempo determinato (che danna poco stipendio e poca previdenza). E poi la mancanza di meritocrazia nelle università (es. Vignali "opere da tre soldi" Tempi n.9/2011). Ce ne sono altri ma questi secondo me sono tra i principali...