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PAPA/ La sfida di Newman e Benedetto al relativismo dell’università

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Benedetto XVI (Ansa)  Benedetto XVI (Ansa)

La Santa Messa nella Basilica Vaticana (concelebrata dall’arcivescovo di Milano card. Dionigi Tettamanzi, da mons. Mariano Crociata, Segretario generale della Conferenza episcopale italiana, dal vescovo di Piacenza-Bobbio, mons. Gianni Ambrosio e da diversi altri sacerdoti, molti dei quali assistenti spirituali della Cattolica) e l’udienza col Santo Padre in Aula Paolo VI segnano una tappa importante non solo per la storia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ma per la coscienza universitaria cattolica (e non solo) del nostro Paese.

Tutti i grandi eventi nascono (come si sa) dalla mente di qualcuno, ma di questo evento è possibile dire che (almeno da un certo momento in poi durante i giorni di preparazione) è stato fortemente voluto anche dagli studenti, che al termine dell’udienza si sono recati (attraverso alcuni loro rappresentanti) a salutare il Papa. Hanno parlato a Benedetto XVI della loro università, consapevoli che essa è innanzitutto degli studenti (“il bene più prezioso e caro in una famiglia universitaria”, li ha definiti il rettore Lorenzo Ornaghi nel suo indirizzo di saluto al Santo Padre) e per sapere da lui cosa significa, per un’istituzione accademica, l’essere cattolica.

Quanto la caratteristica della cattolicità differenzia un’università dalle altre le quali, pur dovendo trasmettere un sapere universale che non può non intrattenere legami anche molto forti col cattolicesimo, non sono cattoliche né de iure e né de facto? Ateneo cattolico vuol dire anche (o solo in parte) conformità al Magistero della Chiesa? In cosa consiste la libertà di coscienza del docente e dello studente cattolici? Anche in queste domande prende corpo quella “onestà intellettuale di ogni ricercatore”, della quale ha parlato nella sua omelia il cardinale Tettamanzi.

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