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ARTE/ L’inquieto Tintoretto esce dal suo tempo e (ri)prende Venezia

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Jacopo Tintoretto, Ultima Cena (1594)  Jacopo Tintoretto, Ultima Cena (1594)

Tintoretto alla Biennale rimescola un po’ di carte. Innanzitutto dimostra che la grande arte del passato non solo non teme le contaminazioni con il contemporaneo ma in un rapporto “non protetto” con la modernità può acquistare un’inattesa vitalità. È come se perdesse quella patina depositata dal tempo e tornasse ad essere a tutti gli effetti un’opera del nostro tempo. In secondo luogo smentisce un’idea che tra arte di oggi e arte del passato ci sia una cesura incolmabile, quasi si trattasse di due mondi che non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Non è così, per quanto profonda sia la rivoluzione che ha cambiato la scena dell’arte contemporanea. Nelle prospettive spericolate di Tintoretto si può subito riconoscere l’irrompere di una modernità inquieta. E in tanti artisti di oggi possiamo trovare il persistere di tanti temi e domande che erano centrali nella pittura antica. Basti pensare che la chiesa di San Giorgio, da cui viene la strepitosa e drammatica Ultima cena di Tintoretto (un’opera dei suoi ultimi anni) ospita in occasione di questa Biennale il lavoro di uno dei più famosi artisti di oggi, Anish Kapoor, che è una riflessione sul tema dello spirito.

L’irruzione di Tintoretto alla Biennale quindi è destinata certamente a lasciare un segno e ad aprire una breccia in quel muro che sembra tenere distanti arte del passato e arte di oggi. Certamente pone anche il tema della grandezza: di un’arte che non si può accontentare di girare su se stessa. O di risolvere la questione semplicemente  ingigantendo le dimensioni dei propri lavori. La grandezza è data dal desiderio che muove un artista. E Tintoretto era certamente mosso da un desiderio infiammato.

 

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