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ARTE/ Alla Biennale di Venezia, in cerca di un cuore che non c’è

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Christian Marclay, The Clock - opera video  (Ansa)  Christian Marclay, The Clock - opera video (Ansa)

Vale la pena perciò ripartire seriamente dal significato e senso dell’arte per trovare l’alleato della pazienza che da essi deriva, e riprendere il dominio del tempo necessario per guardare e accostarsi ad ogni qualcuno e qualcosa che compone la miriade di queste voci e allegro caos, dove alle dieci del mattino della preview centinaia di anglosassoni riuniti spiccano una corsa di mezzo chilometro per presentarsi senza coda al Padiglione prediletto.

Apre la rassegna un trittico di opere del Tintoretto all’interno di una enorme Sala che neanche il manierista veneziano Jacopo Robusti, detto appunto “il tinteggiatore”, riesce a popolare. Neanche i piccioni impagliati di Cattelan, imbalsamatore di realtà ironiche, veri e propri tormentoni della Biennale, appollaiati lungo questo ed altri numerosi spazi. Non è sicuro il perché di questa presenza della pittura antica, ogni spiegazione a priori o a posteriori risulta però più un assemblaggio di idee ed opportunità che una ricerca.

Il tema, le domande preparatorie e soprattutto le opere mostrano due cose.

La prima. L’artista e ciò che esprime, l’arte, è colui e colei che mette in luce nuovi problemi per la società e nuove letture di essi e questa sembra una dominante della rassegna. Colpisce la sociologia dell’arte, lo stile da indagine, da intervista, da didattica, scientifica, che assumono le opere, sia pur nella rilettura autonoma che ne fanno gli autori. Sia nella loro apparizione-comparizione davanti a noi, ma anche nella loro preparazione, quasi necessaria a conoscersi per poter capire, tanto essa è parte della rappresentazione ad esempio dei video.

Esempi. Settantamila microfilm e tre anni di ricerca dell’italiana Benassi, per dire che i terroristi sono sempre liberi all’estero, posizionati in nove vecchi (rispetto alla divorazione tecnica di cui ostentatamente l’arte e la lingua corrente parla) lettori di microfilm neri.

Migliaia di persone per comporre passi, misurazioni nell’erba e nella neve per dire che la terra non la conosciamo, ecco il padiglione russo, seppur con un accenno freddo e abulico ai letti da lager in legno che arredano uno stanzone. Opere, queste, di oggi ma non diverse nel metodo da quella dall’artista Artur Barrio presentato dal Brasile post luliano: un’opera datata 1970, anche questa con comparse e interviste tra fiumi, periferie e sobborghi di Belo Horizonte per guardare fantocci di corpi esplosi da bombe o i complessi (le cose migliori) segni graffiati sui muri, corde tese, oggetti di notturna veglia su lettini border line, per dire come è difficile trovare la sintesi di tutto.



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