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ARTE/ Alla Biennale di Venezia, in cerca di un cuore che non c’è

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Christian Marclay, The Clock - opera video  (Ansa)  Christian Marclay, The Clock - opera video (Ansa)

Ci domandiamo, la poesia supera l’arte di oggi, che sembra aver bisogno del procedimento, della statistica per assurgere al ruolo di colei che “illumina” la realtà?

Ammesso che la vocazione dell’arte possa definirsi quella di mostrare quello che il potere dimentica o la comunità umana emargina, l’arte, l’artista contemporaneo da dove attinge il giudizio? Dalla sua umanità o dalle notizie? Ed esse non sono forse fornite dalla stessa società che emargina e dal potere che nasconde, se gli elementi, gli strumenti il cui assemblaggio crea un’opera sono in realtà gli ingranaggi stessi del meccanismo? Il problema si fa più acuto quando riappaiono identificazioni del potere con il solito capo di Stato (ex) Bush o Obama, il Papa e via dicendo (non solo nel Padiglione del Venezuela). Se l’arte è una conoscenza che qui a Venezia si vuole porre al pari delle altre, quale è il suo metodo e come seleziona le osservazioni che costituiscono un problema che si vuole rappresentare per la società?

Con queste domande, si riesce anche a notare il fil rouge per cui molta della video-arte esposta o dei filmati presenti hanno sempre - rispetto ad altre stagioni - la compresenza delle parole (audio), di dialoghi, di frasi, mentre sfugge la video-arte che ha il carattere di poesia visiva che maggiormente evoca, partecipa, arriva prima al nocciolo del problema, cosa che invece connota i video dell’Egitto, di Basiony, dove la folla di piazza Tahrir, la sua voce distinta e indistinta fa il paio con il silenzio del respiro e dell’auto-controllo di un essere solo, in vetrina, che sembra contare per quanto ce la farà.

La parola Nazioni, contenuta nel tema e che segue la premessa “Illumi-”, conferma la stessa sorte guidando molti dei “problemi esposti”: multiculturalismo, parlarsi tra diversi, la ricchezza del confronto, l’Inadeguato del padiglione spagnolo - sorta di analisi recitante con scrittura, senza alcune immagine, solo testa - lo spaesamento della vita quotidiana, oppure il problema del sodalizio tra artisti o il loro dialogo ad intra, quasi che fosse una realtà in via di estinzione o risolvibile con il collezionismo (Franz West  in uno dei Parapadiglioni illustra uno studio-cucina, quotidiano e conviviale come il mangiare, dove raduna come elettrodomestici opere di artisti “domestici”).

La seconda cosa. Se il soggetto delle opere sembra nascere dal ventre della sociologia comune, anche il metodo dell’arte ne risente. Vogliamo mettere in luce - senza uniformare - che impressiona il predominio del procedimento, dell’algebra della ricerca statistica per farci trovare partecipi e coinvolti. È possibile infatti che nell’epoca del predominio del dimostrabile e non del “rivelato” non ci sia - e soprattutto nell’arte - posto e attrazione neanche per il metodo dell’ipotesi di lavoro, del lancio cioè di un pre-sentimento, tutto diverso da un’emozione, ma che fa scattare l’umano in avanti, abbracciando, per così dire, il problema e rivelando già una sua lettura.



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