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ARTE/ Alla Biennale di Venezia, in cerca di un cuore che non c’è

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Christian Marclay, The Clock - opera video  (Ansa)  Christian Marclay, The Clock - opera video (Ansa)

Proprio l’emozione - e inevitabilmente quella dominante - potrebbe invece essere la sola guida e il criterio della scelta dei soggetti, come si diceva. Anche la pittura o la grafica, come nella Sherman, risentono di quella che possiamo chiamare “associazione di idee”, quella riduzione culturale che Chesterton individuava già a metà secolo scorso con medesima definizione, per la quale accostare le cose le fa nuove. Riposizionare gli opposti - banale con alto, bello con brutto, dissacrante con sacro, quotidiano con solenne, metodo con altro metodo, ma solo accostando, miscelando come un nuovo manierismo, lontano dall’analogia o dall’intuizione. Procedimento questo comune alla Moda che deve vestire (cose e problemi contemporanei dunque) e stupire (citare l’altrove, il diverso).

Guardare la brulicante “parrocchia” dei visitatori internazionali dell’arte contemporanea mette in luce infatti la brevità richiesta dello sguardo alle opere - l’opposto di quanto abbiamo cercato di fare -, del tempo per andare al fondo, ma forse questo è il metodo stesso imposto dall’oggetto esposto. Ecco, visto, capito, tratta la conseguenza, accostamento riuscito o... non riuscito, ecco qui le cose funzionano, si accostano; non era simile all’altro? Ma qui è meglio. Oltre, andare oltre, sempre accumulando informazioni.

Cerchiamo ancora l’immagine, o anche la rappresentazione-installazione perché no, che ci desti quella sintesi, un evento, l’irruzione di qualcosa di non già saputo veramente, che ha un nesso profondo con quell’esperienza elementare sì, e di tutti, che è il grande e piccolo cuore dell’uomo. Nel pellegrinaggio defatigante dell’arte a Venezia sembra essere invece il consolidarsi di un nuovo procedimento conoscitivo, quasi scientifico per cui l’artista debba giustificarsi per innalzarsi e dire, quando invece sarebbe colui - e l’arte con lui - che ha il dono della sintesi, dell’avvenimento che fa arrabbiare perché salta i passaggi ma giunge “prima”.

La troveremo. Dopo questa prima puntata cercheremo insieme le opere di Christoph Schlingensief -scomparso lo scorso anno, che ha vinto il Leone d’Oro con il padiglione Germania, la Pietà di Jan Fabre, l’Ascensione di Kapoor, Kiefer ed altri per poi entrare nella Cosa di Sgarbi, il Padiglione Italia.

Non abbiamo visto intanto il Padiglione israeliano perché la vista di Shimon Peres lo ha impedito, anzi stavamo per perdere il treno per aver passato un ponticello al di là e non poter più tornare al di qua, proprio nel bel mezzo dell’arrivo del motoscafo presidenziale. Ci ha salvato un pescatore che ci ha fatto salire sulla sua chiatta dall’argine pericoloso che avevamo imboccato per raggiungere un ponte impossibile. (Continua)



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