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LETTURE/ Com’è difficile "interrogare" Coetzee su verità e menzogna

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John Maxwell Coetzee (Ansa)  John Maxwell Coetzee (Ansa)

In tale frangente, infatti, ragionando sulla tortura con il magistrato protagonista del romanzo che gli chiede: “Come fa a sapere se un uomo le ha detto la verità?”, l’inquietante figura del Colonnello Joll se ne esce con quanto segue: “C’è un tono particolare […] nella voce dell’uomo che dice la verità. L’allenamento e l’esperienza ci insegnano a riconoscere quel tono. […] Mi riferisco a una situazione particolare. A una situazione in cui cerco la verità e in cui devo esercitare una certa pressione per scoprirla. In principio mi dicono solo bugie, capisce...succede sempre così: prima bugie, poi pressione, poi ancora bugie, ancora pressione, quindi il crollo, ancora pressione e alla fine la verità. È così che si arriva alla verità”. Al che il magistrato conclude tra sé laconicamente, quasi si trattasse di una verità antropologica e universale desunta dal tema specifico delle parole del Colonnello: “Il dolore è verità; tutto il resto è soggetto al dubbio. È questo che ricavo dalla mia conversazione con il colonnello Joll”.

Ed è un peccato che, nella pur bella traduzione Einaudi di Maria Baiocchi, si perda, forse, il tratto innanzitutto fisico e corporeo (pain) di quel dolore che è fondamento di verità, lancinante ma umanissimo, e che conferisce al corpo un ruolo che, troppo di frequente, i nostri giorni non sono disposti a riconoscergli per inveterata pigrizia o per infantile paura, entrambe ovviamente comprensibili: quello di garanzia e testimonianza di realtà che accompagna la vita dell’uomo e che quest’ultimo accetta come un dono, spesso assai scomodo. Chissà cosa avrebbe risposto Coetzee a una domanda su queste implicazioni di quel doloroso (è proprio il caso di dirlo!) passo? Le avrebbe riconosciute come familiari, magari rievocando criticamente le radici profonde della sua formazione giovanile presso il cattolico St Joseph’s College di Cape Town?

Era proprio adatto alla Milanesiana di quest’anno l’orizzonte universale di quel pain is truth del magistrato (quanto diverso da un’altra formula analoga, compiutamente circolare, ma anche costantemente strapazzata nelle nostre scuole: il keatsiano beauty is truth, truth beauty? Chi tra i lettori saprebbe provare a dire “come”? Non sono proprio questi i gioielli di innumerevoli esperienze personali che la letteratura sa incastonare nelle sue meraviglie testuali?). Anzi, pareva proprio una variazione sul tema di quel pain is truth il testo letterario riecheggiato grazie alla viva voce di Coetzee nella serata della Milanesiana del tre di luglio. Un testo anticipato dalla stampa (Repubblica, 1 luglio 2011) con titolo giornalisticamente appropriato (“Le verità della vita. Le parole da dire alle persone amate”) e occhiello redazionalmente efficace (“una lettera alla moglie, il rapporto con la madre. Così il premio Nobel riflette, alla Milanesiana, su ciò che vogliamo sapere”).



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