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DIBATTITO/ Così la politica ha "ingannato" il popolo di mezzo

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Appurato che dal punto di vista analitico il “ceto medio” è formato da una molteplicità di categorie occupazionali (impiegati, artigiani, commercianti, piccoli professionisti) e non rappresenta un gruppo sociale omogeneo, resta interessante approfondire le ragioni per cui il termine “ceto medio” ha goduto e continua a godere di una solida fortuna a livello della comunicazione pubblica e del linguaggio politico.

Una prima risposta a questo interrogativo va cercata nel fatto che la politica è un’attività pratica (orientata al comando) più che un’attività speculativa e dunque ha bisogno di rendere semplice ciò che è complesso, in modo da favorire l’intesa tra il maggior numero di persone. La politica, tuttavia, non tende soltanto ad utilizzare il senso comune, ma punta anche a influenzarlo e persino a “costruirlo” facendo apparire come “reale” ciò che lo è solo in parte o non lo è affatto. Entriamo così in una seconda risposta: la politica è anche una fabbrica di ideologie e partecipa attivamente alla costruzione di rappresentazioni del mondo per fini di dominio; dunque, non solo utilizza le semplificazioni, ma ha bisogno di crearle per ottenere audience e consensi alla sua visione del mondo.

La storia della politica è ricca di queste invenzioni e molti capi politici debbono la loro fortuna proprio a questa capacità inventiva che diventa efficace a condizione di saper interpretare esigenze effettive (culturali, sociali, economiche); in questo senso, la politica deve saper stare in rapporto con la realtà a cui si rivolge, ovvero con i gruppi sociali e gli interessi che vuole rappresentare. Tra i molti esempi di questo processo rientra anche il caso del “ceto medio” che costituisce, nello stesso tempo, una costruzione politica e una risposta a dinamiche effettivamente presenti nella società.

Dal lato della classe politica il concetto di “ceto medio” è servito a unificare un eterogeneo insieme di classi e di categorie professionali attorno ad un’idea interclassista e cooperativa della società, in opposizione ad un’idea dicotomico-conflittuale tipica della tradizione ideologica marxista. Lo sviluppo delle classi medie è in effetti il risultato di un passaggio dal capitalismo di laissez faire, tipico della fase liberal-borghese - ove lo stato si è astenuto dall’intervento nella vita economica e ha favorito una ristretta classe dominante detentrice, in via esclusiva, del diritto di voto - ad un capitalismo regolato, tipico della fase liberal-democratica e social-democratica, in cui lo stato è intervenuto attivamente nella vita economica e si è trasformato in welfare state, sotto la pressione dell’estensione universalistica del diritto di voto alle masse precedentemente escluse.



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COMMENTI
18/07/2011 - Se il ceto medio è una classe (Salvatore Ragonesi)

La classe media ha tutte le qualità e potenzialità del rovesciamento delle attuali prerogative e prepotenze del "ceto" politico. Bisogna trovare però gli strumenti più adeguati per farlo senza provocare un grave scompiglio sociale ed istituzionale.La situazione è davvero grave ed imbarazzante,perché chiama in causa oggi l'intelligenza della gente.Marx non ha previsto il possibile e necessario riscatto della classe media in certi momenti di crisi sociale,culturale ed istituzionale e non ha messo in conto la sua capacità di saper o poter rappresentare tutte le istanze di giustizia di una comunità nazionale.