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ARTE/ Quell’"amore" di Matisse che creò le vetrate del convento di Vence

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La Sala Matisse  La Sala Matisse

Matisse prese sulle sue spalle con entusiasmo giovanile l’impegno. Il cantiere durò quattro anni, anche perché Matisse aveva più volte rielaborato il progetto approfondendolo e quasi lasciandosi prendere per mano dai suggerimenti che gli venivano dalle suore e in particolare dalla superiora, Agnès de Jesus (le lettere tra lei e l’artista costituiscono un’altra parte del patrimonio acquisito dal Vaticano e verranno pubblicate in autunno).

Scrisse infatti Matisse: «Questa cappella non sono io che l’ho voluta, è venuta da altrove, de plus haut que moi». La paragonava a un “piccolo fiore” rispetto alle grandi cattedrali del passato. E quando Picasso, con la sua abituale brutalità, lo accusò di aver fatto un’opera dal sapore clericale, lui gli rispose con una spiazzante semplicità: «Faccio la mia preghiera, e lei pure e lo sa bene: quello che noi cerchiamo di trovare con l’arte, è il clima della nostra prima comunione». Ben diversa la reazione di un altro grande, Le Corbusier, che arrivato a Vence non si trattenne dallo scrivere una stupenda lettera a Matisse, piena di gratitudine: «La vostra opera mi ha dato uno slancio di coraggio... Questa piccola cappella è una grande testimonianza: quella del vero. Grazie a voi, una volta di più, la vita è bella».

Un’ultima sottolineatura. Tutte le opere di Matisse sono in Vaticano grazie al coraggio e all’intelligenza di Paolo VI, il primo papa che aprì in modo libero e appassionato all’arte moderna. La sezione contemporanea dei musei Vaticani fu una sua decisione. Oggi accade che il più importante museo del 900 che ci sia in Italia sia proprio quello vaticano. L’unico che tra le sue raccolte abbia anche uno “scandaloso” quadro di Francis Bacon. Un sorprendente paradosso che smantella tanti luoghi comuni, circa la chiusura della chiesa alla modernità…

 

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