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STORIA/ Quanto vale il "rudere" che ha ispirato Raffaello e Michelangelo?

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Esempio di grottesche della Domus Aurea  Esempio di grottesche della Domus Aurea

Al culmine della sua megalomania e dopo che gli edifici dell’antica Roma repubblicana erano stati ridotti ad un cumulo di macerie da un incendio quasi indomabile, Nerone diede l’avvio alla costruzione della domus aurea, la “casa dorata”, che doveva suggellare la «consapevolezza di una sua mistica e sovrumana superiorità» (Garzetti). L’imperatore colse al volo l’opportunità di ricostruire la città di Roma secondo schemi nuovi e più razionali: questa sua prontezza a trarre un ‘beneficio’ dalla distruzione induce a pensare che Tacito avesse ragione suggerendo, accanto alla versione ufficiale della accidentalità dell’incendio, durato quattro giorni e altrettante notti, ciò che si vociferava: che fosse Nerone il responsabile dell’incendio. Inoltre, il fatto che Nerone avesse trovato nei cristiani – allora per la prima volta comparsi sulla scena dell’impero – i responsabili dell’incendio aumenta le probabilità che Nerone fosse stato costretto a cercare dei capri espiatori a causa delle dicerie sul suo conto.
Ciò che il faraonico disegno di Nerone prevedeva ci è narrato dallo storico Svetonio nella forma più ampia (Vita di Nerone, 31, 1-2). Lo storico racconta che Nerone, essendosi fatto costruire una casa che andava dal Palatino all’Esquilino, la chiamò dapprima “transitoria”, cioè di passaggio – infatti attraversava l’area del Colosseo – poi, fattala ricostruire dopo che il grande incendio di Roma, del 64, l’aveva distrutta, la chiamò “aurea”, sia che fosse per la copertura d’oro sia che lo facesse per richiamare la presenza del dio Sole, col quale si identificava.
A proposito della sua estensione e magnificenza saranno sufficienti i seguenti dati. Vi era un vestibolo in cui era stata eretta una statua colossale con le fattezze di Nerone alta centoventi piedi (35 metri); essa era talmente vasta che conteneva porticati a triplo ordine di colonne, e lunghi un miglio; vi era anche uno stagno simile al mare, circondato da edifici che costituivano quasi una città; inoltre all’interno vi erano campagne con campi seminati, vigneti, pascoli e boschi, con moltissimi animali domestici e selvatici di ogni specie. In tutte le altre parti la costruzione era interamente coperta d’oro, ed era stata abbellita con gemme e madreperla; il soffitto delle sale per banchetti era a tasselli d’avorio mobili e traforati, in modo da poter spargere dall’alto sui convitati fiori e unguenti; la principale di queste sale – probabilmente la sala ottagonale che ancora oggi si può vedere sul colle Oppio – era rotonda e girava su se stessa in continuazione, di giorno e di notte, come il mondo; nelle sale da bagno scorrevano acqua marina e acqua di Albula, acqua solforosa proveniente da una sorgente presso Tivoli. Quando un tale palazzo fu inaugurato, Nerone si limitò a elogiarlo con queste parole: «Finalmente comincio ad abitare come si addice a un uomo!».



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