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STORIA/ Quanto vale il "rudere" che ha ispirato Raffaello e Michelangelo?

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Esempio di grottesche della Domus Aurea  Esempio di grottesche della Domus Aurea

Alla Domus Aurea lavorarono, naturalmente sotto la supervisione dello stesso imperatore, gli architetti Severo e Celere, che assecondavano l’imperatore nella sua smania di stupire il genere umano con realizzazioni mai viste prima. Gli affreschi erano opera di Fabullo (meglio che Famulo), uno dei pochi se non l’unico pittore dell’antichità del quale sia possibile identificare le opere. Una particolare attenzione fu messa nel valorizzare gli effetti della luce naturale e i giochi d’acqua di fontane, lungo i corridoi, e di piscine. La grande dimora fungeva anche da museo perché vi erano conservate molte opere della statuaria greca venute a Roma come bottino di guerra.
Il destino della splendida dimora, costruita a tempo di record (dal 64 al 68, anno della morte di Nerone), fu tuttavia legato al ricordo ‘ufficiale’ dell’imperatore: infatti essa venne demolita poco tempo dopo la scomparsa di Nerone per cancellarne il ricordo. Gli ambienti furono riempiti di terra (ciò, tuttavia,  ne conservò le decorazioni parietali preservandole dall’umidità) e sopra vennero edificate le terme di Tito, probabilmente coincidenti con gli stessi bagni della Domus Aurea, e in seguito quelle di Traiano, nel 104. L’area della domus neroniana venne riutilizzata per altri scopi dai Flavi, che restituirono al popolo, con intento demagogico, gran parte degli spazi occupati dalla domus di Nerone. Anche lo spazio riservato allo stagno fatto realizzare da Nerone, alimentato dal fiume Euripo, di greca memoria, che ricopre ancor oggi la sepoltura del console del 43 a.C. Aulo Irzio sotto il Palazzo della Cancelleria, venne utilizzato – e così restituito al popolo – per edificare l’imponente anfiteatro flavio, che prese nel Medio Evo il nome di Colosseo dalla statua colossale di Nerone-dio Sole che era stata eretta nelle immediate vicinanze e successivamente fatta demolire da Traiano per costruire il tempio di Venere e Roma.
Il palazzo di Nerone, tuttavia, tornò di grande attualità, quasi risorgendo dalle proprie macerie, sul finire del XV secolo, quando, del tutto casualmente – cioè cadendovi dentro – furono riscoperti gli ampi locali riempiti di terra e detriti per sostenere le costruzioni che vi erano state edificate sopra. In realtà si pensò che si trattasse di grotte, poiché erano rimaste appena visibili le volte degli ambienti, cosicché gli affreschi presero il nome di “grottesche” ed ebbero da allora un notevole successo, fino a recenti esempi di palazzi degli anni Venti o Trenta del secolo scorso. Tra coloro che videro tra i primi queste ‘grotte’ ci furono  Raffaello, che ad esse si ispirò per le logge vaticane, e Michelangelo, oltre a tanti altri artisti. Molti visitatori lasciarono la propria firma, ancora riconoscibile, come quella di Giacomo Casanova e del Marchese de Sade. Soltanto dopo i ritrovamenti degli affreschi di Pompei gli studiosi si interessarono di nuovo alle grottesche romane e nel 1772 furono ripresi gli scavi nella Domus Aurea.



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