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JOYCE/ McCourt: perché abbiamo smarrito lo humour dell’Ulisse?

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Joyce stette per più di 10 anni a Trieste (Imagoeconomica)  Joyce stette per più di 10 anni a Trieste (Imagoeconomica)

Gente di Dublino, libro di quindici racconti, è il grande caleidoscopio di un piccolo ma rappresentativo gruppo di individui determinati dalla precarietà e dalla paralisi; economica, sociale, psicologica. Fino a quel momento eravamo abituati a trame con un inizio, un centro ed una fine, ma Joyce cambia tutto. Quindici racconti vengono a costituire una storia circolare e tutto ruota intorno ad epiphanies, epifanie, circostanze del tutto particolari nelle quali il protagonista vive un momento che gli da la possibilità di raggiungere un attimo di self-understanding; ma esso è anche un momento che coinvolge il lettore, il quale ha in questo modo l’occasione di capire tutto più a fondo. Leggendo siamo costretti a vedere noi stessi in modo possibilmente nuovo.

Diceva del percorso circolare...

Sì. Nei Dubliners il percorso di ogni racconto è circolare, riporta i protagonisti più o meno al punto di partenza. Non è così anche per noi? La nostra vita assomiglia assai poco ad un grande romanzo; anzi, quello che più ci preoccupa sono gli eventi ricorsivi di ogni giorno. Questa circolarità Joyce la ripropone nell’Ulisse, che racconta una giornata nella vita della sua Dublino, che diventa anch’essa, insieme alle storie degli uomini che vi sono raccontate, protagonista del romanzo: Dublino in sé, e Dublino come metafora della città contemporanea e degli uomini che la abitano.

Perché Ulisse è considerato il capolavoro del suo autore?

Ulisse ha la straordinaria capacità di dar vita con le parole a questa città in movimento, che rispecchia tutte le nostre città; mette al centro dei personaggi, soprattutto Leopold e Molly Bloom, che sono non straordinari ma normali, personaggi con i quali noi possiamo senz’altro identificarci. Due attori integralmente europei, non soltanto irlandesi ma con radici che rispecchiano l’ibridismo dei tempi nostri. Il tutto dentro una struttura enormemente complessa, in cui ogni capitolo ha il suo stile narrativo, la propria voce, il proprio colore. L’opera, non bisogna dimenticarlo, è pervasa da un grande senso dell’umorismo. Vite normali, destini che potrebbero essere anche tragici, si risolvono in una commedia. Ma, alla fine, quello che guardiamo di più, come lettori, è l’uso straordinario del linguaggio che Joyce fa. L’Ulisse spinge la lingua inglese ai suoi limiti, facendola, in qualche modo, rinascere.

Anche secondo lei è il suo capolavoro?

Ulisse è oggettivamente un assoluto capolavoro. Ma può essere che tra cinquant’anni saremo in grado di dire che è Finnegans Wake il suo capolavoro definitivo; ora forse non lo possiamo dire, perché stiamo ancora lavorando per capirlo.

Prima lei ha parlato di quei tipici momenti di «rivelazione» che sono le epifanie. Come si spiega in Joyce il ricorso a questo concetto?



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