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JOYCE/ McCourt: perché abbiamo smarrito lo humour dell’Ulisse?

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Joyce stette per più di 10 anni a Trieste (Imagoeconomica)  Joyce stette per più di 10 anni a Trieste (Imagoeconomica)

Ci sarà sempre. Basti pensare al fatto che continuerà a scrivere soltanto di essa, e dunque nel suo animo non la lascerà mai. Crea però un’Irlanda diversa: con Leopold e Molly Bloom ci dà l’idea di una Irlanda più aperta al mondo, capace di accettare anche lo straniero, il diverso. Lo definirei in questo senso un patriota, perché critica il proprio paese per tentare di migliorarlo. Joyce vuol far vedere gli irlandesi a se stessi come in uno specchio e lo specchio sono i suoi libri. Il suo primo pubblico sono proprio gli irlandesi: è questo il suo tentativo di cambiamento, ed egli lo vede come una missione.

Quest’anno è stato proposto al pubblico italiano il secondo volume della rielaborazione di Finnegans Wake, che non potrà essere completata per la morte di Luigi Schenoni. Cosa pensa di questo lavoro?

È probabilmente il miglior tentativo che ci sia stato finora di tradurre Finnegans Wake. Come più persone hanno giustamente osservato, la domanda non è: «in» che lingua, ma «da» che lingua tradurre Finnegans Wake. Perché non si capisce bene realmente in che lingua sia scritto questo libro! Certo la base è inglese, ma un inglese molto particolare, pieno di accenti, parole, ritmi propri di altre lingue; è un libro che rispecchia tutta la vita europea di Joyce. Vi sono il triestino, lo strano tedesco di Zurigo, il francese, il norvegese - che Joyce impara da giovane per parlare con Ibsen: un contenitore di lingue estremamente difficile da trasporre in una sola altra lingua.

Che cosa insegna allora il grande lavoro di Schenoni?

Innanzitutto, occorre dire che Schenoni ha lavorato per decenni per portare a termine il progetto ed è un peccato che non sia riuscito a finirlo, perché nessuno ha, allo stato, le qualità per subentrare e portarlo a termine. Per venire alla sua domanda, le cito quello che ha risposto, a Trieste, Joaquim Mallafre, traduttore dell’Ulisse in catalano, a chi gli chiedeva se dopo quella monumentale impresa si accingesse, come poteva sembrare naturale, a tradurre Finnegans Wake: assolutamente no, ha risposto. Quei pochi che vogliono leggerselo, è meglio che imparino l’inglese e si mettano a «combattere» con l’originale. Joyce stesso del resto ce lo ha insegnato. L’ultima cosa che ha scritto è stata la versione italiana di Anna Livia Plurabelle, splendida parte di Finnegans Wake: è un lavoro bellissimo, ma non è la stessa cosa dell’Anna Livia Plurabelle in inglese. È una versione, che come tale crea effetti suggestivi simili a quelli nell’originale ma resta un’altra cosa, una variazione, se vogliamo.

Nel 2012 scadranno i diritti d’autore sull’Ulisse e, di conseguenza, sarà possibile utilizzare liberamente il testo senza dover chiedere l’autorizzazione alla famiglia di Joyce. Cosa possiamo aspettarci nell’editoria italiana?



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