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JOYCE/ McCourt: perché abbiamo smarrito lo humour dell’Ulisse?

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Joyce stette per più di 10 anni a Trieste (Imagoeconomica)  Joyce stette per più di 10 anni a Trieste (Imagoeconomica)

Sta già portando delle novità: Enrico Terrinoni sta ultimando una nuova traduzione dell’Ulisse. Questo è molto positivo, perché la traduzione degli anni 60 di Giulio De Angelis è un po’ invecchiata, quanto l’Ulisse si mantiene assolutamente contemporaneo... il lavoro di De Angelis è in un italiano un po’ troppo formale, che coglie poco dello humour che c’è nell’opera. Spero che vedremo traduzioni nuove; ne vedremo di malfatte, ma anche di buone. Sarebbe bello per i lettori poter scegliere. È sicuro però che anche le nuove traduzioni saranno condotte sulle vecchie edizioni dell’Ulisse (che presentano errori e refusi, ndr), perché quella approvata dalla famiglia dell’autore nel 1984 sarà sotto copyright per altri 50 anni.

Com’è avvenuto il suo «incontro» professionale con Joyce?

Ho frequentato la stessa scuola dei gesuiti che ha frequentato lui, il Belvedere College. Ero là nel 1982, quando ci fu il primo centenario di Joyce. Durante le celebrazioni se ne parlò a scuola; in Irlanda però non era tra gli autori da leggere, bensì da evitare... Io ebbi la fortuna di avere tra i miei insegnanti un gesuita illuminato, che ci fece leggere, nelle lezioni di religione, il Dedalus e The seven storey mountain di Thomas Merton, due storie in cui rispettivamente l’uomo abbandona e arriva alla fede. Quella fu la mia introduzione a Joyce. Dopo l’università, a 27 anni, sono arrivato a Trieste e qui ho cominciato a rileggere bene tutta la sua opera. In quel periodo mi accorsi che le sue opere dovevano molto a quella città, nella quale egli visse per più di undici anni.

Lei è l’ispiratore e l’organizzatore della Joyce Summer School di Trieste. Che significato ha assunto questo evento letterario?

Quindici anni fa fondammo una Summer school joyceana, per portare a Trieste, ogni anno, cultori e appassionati di Joyce provenienti da una trentina di paesi. È un’impresa ardua, soprattutto per la difficoltà di convincere gli sponsor locali a finanziarla. Chi viene a Trieste scopre la città attraverso gli occhi di Joyce: è un momento «epifanico», perché può rendersi conto della bellezza di Trieste e dell’importanza di questa città per Joyce scrittore. È una città bella, scontrosa, in cui tanti scrittori - Slataper, Svevo, Saba e molti altri hanno trovato lo spazio anche psicologico per scrivere. Proprio perché è una città di confine, uno è chiamato a definirsi in qualche modo. Anche Joyce lo fece a modo suo.

Un consiglio ai lettori. L’approccio giusto per leggere l’autore dell’Ulisse?

Joyce va letto poco per volta, lentamente. So che è difficile, perché non va molto d’accordo con le nostre vite superveloci. I giovani oggi leggono poco, e quando lo fanno leggono in velocità e per di più prevalentemente sullo schermo. Non una di queste cose va d’accordo con la pagina di Joyce, perché così facendo «sparisce» tutto. Sarebbe come ascoltare la musica classica facendo tutt’altro, riducendola quindi a sottofondo, a background indistinto. Joyce chiede uno studio profondo, lento, l’attenzione ad ogni parola, perché dietro ogni parola c’è un mondo. Le grande opere d’arte, come quelli di Joyce, richiedono un impegno paragonabile a quello che richiede la Bibbia. Consiglierei di cominciare con Gente di Dublino, cercando di vedere quei 15 racconti come capitoli della stessa realtà. Quando si vede che qualcosa ritorna, una, due, quattro volte... allora si comincia a capire. Joyce non ci spiega mai niente, inutile aspettare spiegazioni da lui. Sta tutto a noi.

(Federico Ferraù)



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