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IL CASO/ Barcellona: ecco chi sono gli "alieni" che minacciano la nostra sicurezza

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Dopo la strage di Oslo (Ansa)  Dopo la strage di Oslo (Ansa)

Forse tra qualche giorno o qualche settimana sui giornali e sui media non si parlerà più della strage dell’isola di Utoya. E sarebbe un guaio perché questo inaudito fatto di uccisione di massa di giovani è un terribile segnale di allarme non tanto per eventuali escalation terroristiche, che possono verificarsi su versanti nuovi rispetto a quelli tradizionali, ma perché esso mostra, come ha scritto egregiamente Claudio Magris nel miglior commento che ho letto in questi giorni, la continua latenza del male che può sconvolgere in ogni momento la nostra quotidiana convivenza gomito a gomito: “quel meccanico e ripetuto premere il grilletto fa somigliare quell’assassino al meccanismo di una mostruosa catena di montaggio… il suo delitto è non solo la cosa più orrenda, ma anche la più stupida, meccanica e ottusa della sua vita”.

È questa intuizione della meccanicità del gesto omicida che deve portarci a riflettere, così come la reiterata affermazione dell’assassino di aver dovuto agire così per rispondere ad un’implacabile necessità, il suo riconoscersi autore del delitto ma come un “essere umano” sovrastato e determinato dall’assoluto imperativo di uccidere per realizzare la propria “missione”.

Certo, Magris aggiunge che nessun essere umano cresce e si sviluppa nel vuoto assoluto e che ciascuno di noi, a suo modo, esprime lo spirito del proprio tempo, le culture che ha frequentato e gli ambienti in cui è vissuto, ma tutto questo, se non si vuole cadere nelle strumentalizzazioni ideologiche, non spiega ciò che è accaduto, anche se un povero di mente come Borghezio ha osato dichiarare pubblicamente di condividere le farneticanti parole di Breivik.

Non siamo in presenza di una nuova forma di “terrorismo cristiano”, né di un fenomeno di riorganizzazione di gruppi estremisti di destra come gli skin, che sono presenti un po’ dovunque in Europa. Probabilmente quando gli accertamenti giudiziari saranno completati emergerà con chiarezza che Breivik non fa parte di organizzazioni intese a promuovere una reazione di massa anti-islamica, antimarxista e antimulticulturalista. L’assassino dell’isola di Utoya è una personalità solitaria, vissuta e cresciuta in un suo mondo privo di ogni rapporto con la realtà che, casomai, si è alimentato, come scrive Sofri su La Repubblica, di una congerie indigesta di sub-culture mistiche e tecniche, le cui versioni spettacolari hanno avuto grande fortuna nei nostri anni nel nuovo mondo della comunicazione mediatica. Nella sua mente si sono via via costruite le immagini di un fanatico servitore della purezza della razza umana, modellate sulle azioni di personaggi metà uomini e metà macchine che compiono inaudite azioni di guerra per salvare l’umanità da popoli nemici e che popolano l’immaginario della violenza mediatica. Breivik mi dà più l’idea di un androide telecomandato che agisce in uno spazio totalmente irreale, popolato paranoicamente da nemici assoluti.

Quello di Breivik è il primo atroce delitto di un essere umano divenuto alieno a se stesso, che agisce in uno stato di necessità per realizzare l’obiettivo che gli è stato imposto da una Autorità del male che ha lo scopo di ripulire la terra da tutto ciò che è impuro. Ciò che emerge nei suoi comportamenti e nelle sue farneticanti dichiarazioni è l’assoluta assenza di riferimenti alla realtà e il carattere per certi versi metastorico e trascendentale del suo progetto di omicidio di massa. Per riuscire a cogliere la specificità di questa nuova tipologia di assassino, bisogna confrontarlo con altri fenomeni di violenza omicida che pure oggi hanno riscontro nella realtà quotidiana.



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