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IL CASO/ Barcellona: ecco chi sono gli "alieni" che minacciano la nostra sicurezza

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Dopo la strage di Oslo (Ansa)  Dopo la strage di Oslo (Ansa)

Abbiamo letto di un vecchio pensionato che reagisce agli insulti di un giovane motorista inseguendolo e triturandolo sotto le ruote della sua macchina. Violenza omicida anche in questo caso, ma di un uomo che viene colto da un raptus e non riesce più a contenere le sue emozioni aggressive. Certo, violenza omicida ma connessa ad una incapacità di contenere i furori aggressivi che possono stravolgere anche la vita di un uomo normale. Al contrario Breivik è un pianificatore freddo dell’assassinio, che tende a presentarsi come un puro esecutore di un disegno superiore al quale non può sottrarsi. Anche le brigate rosse, nella loro follia assassina, fondavano le loro azioni su un’analisi della società contemporanea, del capitalismo delle multinazionali e delle lotte del proletariato urbano che cercavano di sollevare per una rivoluzione imminente. Analisi collettiva, gruppi di azione organizzati militarmente, obiettivi scelti in modo altamente simbolico per trovare consenso sui loro terribili misfatti.

Nulla di tutto questo è presente nel caso di Breivik, che pianifica in una casa di campagna tutto il percorso che lo condurrà da solo a diventare lo Sterminatore Universale. Egli continuamente dichiara di avere dispiacere per le sue vittime, ma ripete continuamente che la sua impresa è stata atroce ma necessaria e, come sottolinea Sofri, “pretende di non amare la violenza ma di sacrificarsi alla sua pratica per la causa superiore degli ideali. Breivik inaugura la stagione del terrorismo solitario del  missionario della violenza che serve pur non amandola.

Credo che sia fuorviante, nonostante l’assoluta stupidità di Borghezio che sembrerebbe dargli ragione, ricondurre la strage di Breivik ad un progetto di destra eversiva che pratica la xenofobia e la persecuzione razziale. Nel mondo giovanile europeo, in verità, tendenze estremistiche sostanzialmente fasciste, fondate su gerarchie e aggressione dei più deboli, sono state diffuse da sempre. Ricordo, ad esempio, che da ragazzo, quando insieme ad alcuni amici mi sono trovato in Olanda, ho potuto constatare che i grandi parchi erano sotto il controllo di bande di ordiners (era il nome di allora) che esercitavano la minaccia e il pestaggio degli stranieri che osavano frequentare i loro luoghi. Non c’è dubbio che questa mitologia della caccia allo straniero e del rifiuto di ogni estraneo siano alla base di molte aggregazioni giovanili che praticano la violenza nei confronti di chiunque appaia ai loro occhi umanamente depravato soltanto perché inabile o appartenente ad altre nazionalità.

Questo è certamente ancora un tema molto forte nella cultura giovanile, ma vorrei ricordare che negli anni di piombo si formarono gruppi di “nazi-maoisti” che era difficile ascrivere ad alcuna ideologia precisa che non fosse quella della paranoia collettiva e persecutoria, qualche volta alimentata e appoggiata da settori deviati dei servizi segreti che li usavano come mezzi per la strategia della tensione e della destabilizzazione democratica. Bisognerebbe provare ad analizzare questi movimenti e queste culture con molta obiettività e capacità analitica per individuare i vari tipi di violenza assassina che si nascondono nelle pieghe della vita quotidiana: il fanatismo collettivo paranoico, l’incapacità di contenere le emozioni aggressive, i progetti più schiettamente politici di sovversione dell’ordine costituito, e così via. Ma nel caso di Breivik queste categorie mi sembrano insufficienti. Qui bisogna assolutamente analizzare la novità di questo nuovo tipo di uomo alienato che ha formato la propria immagine di sé interagendo principalmente col sistema mediatico, da cui ha attinto modelli di comportamento e idee, e facendo della pura azione violenta la ragione della propria identità perversa. Ciò che caratterizza questi casi, che a mio parere saranno sempre più in aumento, è l’assoluta autoreferenzialità dell’assassino, la sua mancanza di ogni senso della realtà e il suo esser posseduto da un’idea persecutoria maniacale.



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