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IL CASO/ Barcellona: ecco chi sono gli "alieni" che minacciano la nostra sicurezza

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Dopo la strage di Oslo (Ansa)  Dopo la strage di Oslo (Ansa)

A mio avviso si tratta di una nuova forma di patologia umana che si può classificare come una vera e propria alienazione mistico-tecnologica in cui l’essere umano viene trasformato dall’interazione con la macchina in una sorta di robot del male, abitato dagli oscuri comandi di potenze invisibili. Una nuova forma di alienazione che colpisce individui isolati a causa del loro rapporto simbiotico con mondi virtuali creati dal rapporto con le nuove forme di comunicazione mediatica. Questo tipo di personalità perversa uccide come in un videogioco e tende a “filmare” se stesso come attore di una messa in scena dominata dalla morte e dal sangue. È molto più che un delirio di onnipotenza, perché questo tipo di personaggio è allo stesso tempo un superuomo ma anche lo schiavo esecutore di comandi che riceve dall’esterno della propria sfera emotiva e percettiva.
Siamo molto vicini all’idea di un uomo robotizzato e programmato per uccidere che considera la propria attività un’assoluta necessità meccanica.
Ciò che è chiamato in causa di fronte ad un evento di questa portata, a mio avviso epocale, è il sistema educativo e di socializzazione primaria e secondaria degli esseri umani, giacché una connotazione di questi personaggi è spesso la totale anaffettività, una sorta di anestetizzazione  delle dimensioni affettive e passionali della vita umana. Per questo bisogna prendere in considerazione molto seriamente la tragedia dell’isola di Utoya, non tanto perché le vittime sono giovani socialisti che credono ancora nel futuro, ma perché sono ragazze e ragazzi che reagiscono all’indifferenza del mondo cercando la via dello stare insieme come senso di un radicamento umano nell’effettività delle relazioni di amicizia e di svago.

Al di là di tutte le interpretazioni, l’Occidente deve guardare a fondo nella mente di questo assassino per capire come i germi di questa disintegrazione della persona umana siano più diffusi nella vita quotidiana di quanto noi stessi non riusciamo a percepire. L’Occidente malato sta sicuramente allevando i propri mostri ma non capirà veramente la portata del problema se continua a interpretare questi eventi come frutto di pura pazzia o come risultato di complotti eversivi. Qui è in gioco per la prima volta, in modo evidente, il tipo di uomo che la società occidentale nel suo insieme sta facendo nascere dal suo seno apparentemente normale. Guai a pensare che un processo e una condanna esemplare di Breivik ci potranno consentire di voltare pagina, ritenendoci totalmente estranei ad una vicenda che, come dice Magris, è pur sempre la vicenda di un essere umano che abita insieme a noi questo disastrato pianeta senza ideali e senza modelli positivi che possono contenere le potenze oscure del male che ci circonda e in cui siamo immersi.

La condanna esemplare chiude la partita del reato e della pena ma non quella della interrogazione sul perché oggi il “male” riesce a vincere tante volte sul bisogno di pace e di fratellanza.

 



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