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ARTE/ Se l'Italia avesse ancora Testori e Mounier contro la dittatura dei media…

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Sgarbi inaugura la mostra di Gino De Dominicis (Foto: Ansa)  Sgarbi inaugura la mostra di Gino De Dominicis (Foto: Ansa)

Ci chiediamo che cosa ne è del Dono, della vocazione umana struggente alla bellezza, la domanda sul proprio limite e sterilità, l’ironia cercata e beffarda, del sacrificio e della conversione del proprio modo a quello che nasce dal fondo dell’esperienza - speriamo che gli artisti ancora abbiano questi dolori umanissimi sotto la scorza del mestiere.
Viene in mente un pensiero di Emanuel Mounier : “È dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia e il sentimento paziente di un'opera che cresce, di tappe che si susseguono, aspettate con calma, con sicurezza. Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne”.
Ripenso sempre in questi casi anche ad un’indicativa frase di padre Danielou che ho sentito da don Luigi Giussani: “Il santo e l’artista entrambi vogliono cambiare il mondo, ma il santo sa che per farlo occorre il sacrificio”.
Tanti hanno scritto che il Padiglione di Sgarbi è disordinato, inconcludente, oppure che l’idea è bella ma si poteva sviluppare meglio. Noi aggiungiamo che il metodo utilizzato è figlio dell’altro, quello che si vuol contestare, che la dialettica, pur giusta e necessaria e in questo caso anche interessante nella sua provocazione, ci impedisce il fatto più decisivo, vedere, incontrare: ci impedisce l’esperienza. L’arte muore per sola rappresentazione, o nell’opera in se stessa o nelle opere insieme rappresentate.
Un ultimo accenno al fatto che non è la carne il vero punto rispetto all’astrazione (non delle forme ma di genesi del pensiero) ma se in essa riconosco e accetto il grido che contiene, l’esistenza e non la morte. Perché anche della “carne” si può avere un’idea e basta.



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