Cultura
mercoledì 6 luglio 2011
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È passato sotto silenzio, nei media, il centenario della nascita (30 giugno 1911), “in una famiglia di lingua polacca sulle rive d’un fiume dal nome lituano”, di Czeslaw Milosz, una delle massime personalità artistiche europee del XX secolo e premio nobel per la letteratura (1980).
Di formazione giurista, già durante gli studi a Vilnius esordì come poeta e fu tra i fondatori del gruppo letterario Zagary. Trasferitosi a Varsavia nel ’37 dove lavorò per la radio polacca, durante la guerra si impegnò nella vita culturale clandestina e fu testimone degli orrori bellici. Nel dopoguerra, con l’instaurazione del potere filosovietico in Polonia, non entrò nel partito comunista pur accettando inizialmente il nuovo regime. Giovane letterato di successo, fu addetto culturale all’ambasciata a Washington e a Parigi.
Presto però fu sempre più evidente l’inconciliabilità fra le sue convinzioni e la realtà dello stalinismo, perciò nel ’51 chiese asilo politico in Francia dove rimase fino al 1960, anno in cui, su invito dell’università di Berkeley, si trasferì in America per dedicarsi all’insegnamento. In quegli anni affiorò in lui la ricerca di Dio e il superamento del relativismo, per approdare alla certezza che nell’uomo c’è qualcosa di divino che resiste a ogni tentazione nichilista: “Il cattolicesimo – scrisse – è la religione più antropocentrica, quasi che, attraverso la sua sovrabbondanza di umanità divina, riesca a resistere alle scienze esatte che annientano il singolo”.
Nel giugno 1981, in piena epoca Solidarnosc, l’Università cattolica di Lublino lo invitò per conferirgli la laurea ad honorem. Dopo l’odissea burocratica per contattarlo telefonicamente negli Usa, restava il problema del razionamento alimentare: in previsione della partecipazione di almeno 400 rappresentanti del mondo della cultura e dell’arte, il rettore chiese al governatore l’assegnazione “di 100 kg di carne suina, 50 kg di vitello, 30 di insaccati della migliore qualità e 200 kg di trippa”.
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