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RECENSIONE/ Il mio Principe: soffrire, crescere, sorridere con un figlio autistico

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Il mio Principe – soffrire, crescere, sorridere con un figlio autistico  Il mio Principe – soffrire, crescere, sorridere con un figlio autistico

Se di solito accettate con vero piacere di guardare le fotografie di un matrimonio o delle vacanze dei vostri amici, allora certamente leggerete questo libro con interesse e partecipazione, ed anzi vi sentirete combattuti tra la voglia di finirlo nel giro di poche ore come fosse un’avventura destinata ad un agognato  lieto fine oppure di centellinarlo come un vino pregiato durante un pranzo importante.

“Il mio Principe”, questo è il titolo del libro edito da Itaca nel novembre scorso e giunto già ad una prima ristampa, è la storia “fotografica” dei primi ventidue anni di vita di Andrea, splendido ragazzo (il suo aspetto estetico quando sale a cavallo vestito come un piccolo lord inglese giustifica la definizione) affetto da autismo.

La sua mamma, Gina Codovilli, ce lo descrive in pagine di una levità rara, ed attraverso i suoi occhi pare anche a noi di essere presenti alle tappe di vita famigliare e scolastica che vivono tutti i bambini e ragazzi italiani dei nostri anni. Pare quasi anche a noi lettori di essere presenti ai momenti di vita sociale di Andrea, momenti che la mamma, con l’aiuto del papà, Walter, e dei fratelli Simone e Giacomo, gli organizza così come capita in ogni famiglia. Vediamo Andrea all’asilo nido di Riccione, in piscina, in pizzeria, mentre impara ad andare in bicicletta, alla scuola materna e poi alle elementari ed alle medie di Coriano, perfino in gita con la famiglia a Parigi, e più avanti all’istituto alberghiero “Savioli” di Riccione nei cui laboratori resterà anche al termine dei canonici anni di corso grazie ad un progetto concordato con i servizi sociali del comune.

Ma la vita di Andrea, grazie alla mamma ed a quanti incontrandolo sulla loro strada gli si affiancano con una disponibilità ed apertura d’animo che va ben oltre ai loro doveri professionali, è ricca di moltissimi momenti organizzati per cercare di dargli gli stimoli necessari a “forzare” la prigione in cui l’autismo tiene racchiusa la sua mente.



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