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LETTURE/ Quando Cicerone risvegliò la fede in sant’Agostino

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Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio (1502)  Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio (1502)

Le grandi personalità che hanno contribuito alla storia del pensiero umano a loro volta si sono nutrite di ciò che le ha precedute, con sapiente lungimiranza. Un esempio di questa capacità critica si trova in una delle più belle pagine delle Confessioni di sant’Agostino, in cui egli rievoca l’ incontro con un’opera fondamentale per il suo cammino intellettuale, l’Hortensius di Cicerone, opera a noi non pervenuta, di cui abbiamo notizia solo indirettamente.
Il brano, oggetto talvolta di lettura e di traduzione nelle scuole superiori, ripercorre un avvenimento centrale dell’inquieta giovinezza dell’autore, del suo vagare alla ricerca della verità, tra amori che oltrepassano il confine luminoso dell’amicizia  e i prediletti studi letterari.
In essi bramavo distinguermi, per uno scopo deplorevole e frivolo quale quello di soddisfare la vanità umana; e fu appunto il corso normale degli studi che mi condusse al libro di un tal Cicerone, ammirato dai più per la lingua, non altrettanto per il cuore. Quel suo libro contiene un incitamento alla filosofia e si intitola Ortensio. Quel libro, devo ammetterlo, mutò il mio modo di sentire, mutò le preghiere stesse che rivolgevo a te, Signore, suscitò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri, svilì d’un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore. Così cominciavo ad alzarmi per tornare a te.

Gli studi di Agostino fino a quel momento si erano orientati all’arte del dire, nella ricerca di fama e onori, ma la lettura di un dialogo dell’oratore latino tutto rivolto alla difesa della filosofia cambia il suo interesse, proprio come era avvenuto a suo tempo per Cicerone stesso.



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